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Il primo tra tutti i principi della scienza è nominare le cose. Perché dar loro un giusto nome vuol dire farle esistere e creare l’ordine. Ed è talmente vero che “ricevere un nome” è una delle grandi ricompense che Dio offre a coloro che “rispettano il diritto e fanno ciò che è retto”: “Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che varranno più di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più” (Isaia, 56,5). Un posto e un nome: yad vaShem, che non a caso è la denominazione del Memoriale della Shoah sul Monte della Memoria, a Gerusalemme.

E quindi c’è qualcosa di profondamente ingannevole e blasfemo, anche se parliamo di politica, nell’uso distorto di certe parole. Per esempio: com’è possibile definire “ribelli” i jihadisti di Heyet Tahrir al-Shams, eredi diretti di Al Qaeda, finanziati dalla petromonarchie del Golfo Persico, cioè da rigide autocrazie islamiche? O i miliziani addestrati e finanziati dalla Turchia, oggi raccolti sotto la sigla di Fronte di liberazione nazionale dopo essere stati, ai primordi della guerra civile siriana, l’Esercito libero siriano? Ribelli a chi? A cosa? Nemici di Bashar al-Assad di sicuro. Ma agli ordini di sceicchi ed emiri e del Rais turco Recep Tayyep Erdogan. Da un autocrate all’altro, insomma. In più, nella maggior parte non sono siriani: turchi, ceceni, tunisini, sauditi, tutto tranne che siriani. Lo stesso Al Julani, il capo di Heyet Tahrir al-Shams, che forse è stato ammazzato di russi e forse no, è nato a Ryad, capitale dell’arabi Sudita. Quindi basta chiamarli “ribelli”, che sa di Robin Hood o di partigiani. Questo è un branco di fanatici e mercenari, null’altro. E così devono essere chiamati, qualunque sia il giudizio che diamo alle diverse parti in causa.

E lo stesso discorso andrebbe fatto per i famosi “volontari” stranieri che combattono nelle file dell’esercito ucraino. Anche qui, non c’entra nulla il fatto che la Russia sia l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito. Non è questioni di ragioni e di torti, che abbiamo ben chiari e non certo da oggi. Gli uomini della Legione internazionale di difesa dell’Ucraina (questo il nome ufficiale, di solito abbreviato in Legione straniera) dovrebbero essere circa 20 mila, secondo le stime ufficiali. E tra loro non mancherà di certo una quota di volontari. Ma se uno va a vedere le biografie dei morti (i vivi non amano raccontarsi) scopre che quasi tutti i georgiani, per esempio, non sono certo alla prima esperienza: nel curriculum di combattenti hanno magari la Cecenia e l’Ossetia del Sud. Come si campa facendo il soldato “volontario”? E se uno continua a guardare, nota che tra i caduti della Legione sono molti, certo la maggioranza, i ragazzi arrivati dall’America Latina. Certo, è consolante pensare che in Ecuador e in Colombia ci siano tante persone che hanno così a cuore le sorti dell’Ucraina da attraversare il mondo e rischiare la vita per difenderla. Ma è anche credibile?

Lo diciamo per l’ennesima volta, per i duri d’orecchi: non è questione di questo o di quello, di ragione o di torto. È questione del modo in cui raccontiamo il mondo. O, magari, del modo in cui NON lo raccontiamo. Nella speranza che prima o poi i nostri desideri diventino realtà.

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