L’organizzazione islamista radicale dei Fratelli Musulmani si sta giocando il tutto per tutto tra Idlib e Libia occidentale, oramai è evidente e confermato anche dalla Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza 2019 della Presidenza del Consiglio che, a pagina 23, riferisce: “Al di là della definizione, cruciale per le realtà sunnite, del ruolo della Fratellanza Musulmana, è andato in particolare emergendo un gioco di sponda tra Mosca e Ankara che è parso funzionale a garantire ad entrambe maggior peso specifico in Nord Africa e nel Mediterraneo”.
Il pantano di Idlib e la scappatoia libica
Il “gioco” tra Russia e Turchia risulta estremamente complesso, con Putin che a Idlib usa il bastone e la carota con Erdogan; se da una parte il Presidente russo lascia che Ankara porti avanti l’offensiva in territorio siriano e permette addirittura all’aviazione turca di abbattere un velivolo di Damasco sparando dal proprio spazio aereo oltre confine (ammesso che le cose siano veramente andate così), dall’altra, supporta l’esercito governativo siriano nell’offensiva su Idlib. Se da una parte Mosca punta il dito contro i militari turchi che combattono a fianco dei jihadisti (come già documentato in un video a fine febbraio), dall’altra invita Erdogan al Cremlino per discutere sulla situazione e rinnovare l’impegno per la cosiddetta “de-escalation” su Idlib.
Eppure al Cremlino devono aver da tempo capito che Erdogan non è un partner affidabile, tanto che il portavoce del Ministro della Difesa russo, Generale Igor Konashenkov, ha sottolineato oggi come a fianco delle postazioni d’osservazione turche nella zona di Idlib siano sorte fortificazioni dei jihadisti.
Trattasi di un “gioco di sponda” che conviene a entrambi gli attori; se da una parte infatti Putin ha tutto l’interesse a non scontrarsi direttamente con Erdogan, ovviamente in chiave anti-Nato, concedendogli un po’ di finta gloria su Idlib affinchè il leader turco possa continuare a portare avanti la propria propaganda interna neo-ottomana, dall’altra il leader turco ha un disperato bisogno di mostrare i muscoli e di tentare il tutto per tutto pur di mantenere gli artigli su Idlib e salvaguardare i vari gruppi di taglia-gole sostenuti da Ankara durante il conflitto siriano.
Un’eventuale riconquista di Idlib da parte di Assad, tra l’altro più che legittima visto che si tratta di una città siriana, sarebbe l’ultimo capitolo di una sconfitta finale non solo di Erdogan, ma anche di quell’islamismo radicale legato alla Fratellanza Musulmana, di cui il Rais turco è oggi massima espressione politica, tramite il suo partito Akp.
La macchina della propaganda erdoganiana cerca di fornire un’unica versione (vincente) sul piano mediatico interno e di presentare un numero inferiore di vittime militari turche per non incrementare il dissenso interno; alcune fonti turche parlano addirittura di circa 150 soldati di Ankara uccisi dall’inizio dell’offensiva, un numero elevatissimo considerato il pesante dispiegamento di forze schierato dalla Turchia. Dal 2016, le autorità turche hanno fatto chiudere 33 canali televisivi, 34 emittenti radio, 70 quotidiani e 20 riviste, tutti accusati di “propaganda terrorista”, mentre i pochi ancora attivi sono stretti nella morsa della censura.
Ovviamente l”offensiva turca su Idlib non potrà durare ancora per molto e questo Erdogan lo sa molto bene; non a caso, mentre tratta con Putin, nel contempo chiede l’ausilio della Nato e apre il “rubinetto” migratorio verso l’Europa. L’obiettivo è quello di esercitare pressioni e seminare caos a 360°. Stavolta però le cose non sembrano andare nel migliore dei modi per il Rais turco, con gli Stati Uniti che si sono limitati a ipotizzare un eventuale ed improbabile rifornimento di munizioni che risolverebbe tra l’altro ben poco sul campo. Trump dal canto suo, sta entrando in fase elettorale e l’ultima cosa di cui ha bisogno in questo momento è di impantanarsi in Siria.
Giovedì 5 marzo Erdogan incontrerà Putin a Mosca per trattare la questione di Idlib e non si può escludere che una delle possibili soluzioni possa essere un disimpegno di Ankara a Idlib in favore di un incremento della propria presenza in Libia occidentale, dove Ankara è da tempo attiva a supporto dell’esecutivo filo-Fratelli Musulmani di Tripoli. Un supporto che mostra tra l’altro le medesime dinamiche attuate su Idlib, ovvero invio di mezzi e consiglieri militari e trasferimento di jihadisti dalla Siria a sostegno delle milizie pro-Serraj.
La Turchia potrebbe dunque cercare di affermarsi come potenza sullo scacchiere libico, puntando magari su nuovi attori politici interni al Paese, ma dalla “faccia” più presentabile, come ad esempio la nuova coalizione anti-Haftar formata dai partiti al-Watan, National Front Party, Libu ed El-Tahrir, assieme a quattro Ong; una coalizione che non sembra affatto disdegnare la presenza militare turca in Libia, come emerso in un’intervista di Vanessa Tommasini a Fayrouz A. Naas.
Ovviamente la trattativa “Idlib per Tripoli” è solo un’ipotesi, data l’imprevedibilità di Erdogan. Non si può infatti escludere nemmeno un’improvvisa e ulteriore offensiva in Siria, in caso di fallito accordo con Putin, magari in consapevolezza del fatto che Mosca preferisce evitare uno scontro diretto con Ankara.
Le fasi di un declino
I Fratelli Musulmani si trovano oggi nella più grande crisi della loro storia, passati in breve tempo da un tentativo di sdoganamento politico sostenuto dall’Occidente durante le cosiddette “Primavere Arabe”, a un disastro totale col fallimento dell’esecutivo Morsy, crollato dopo appena un anno, in seguito a una rivolta popolare sostenuta dall’esercito. In Tunisia, il ruolo di Ennahda è stato ampiamente ridimensionato in seguito a una serie di vicissitudini, anche violente, interne a uno dei Paesi dall’eredità più laica del nord-Africa. In Libia la Fratellanza è riuscita a insediarsi all’interno dell’esecutivo di al-Serraj, divenuto oramai un regime- fantoccio di Ankara, sostenuto da milizie che di fatto controllano il governo. In Siria la cosiddetta “resistenza moderata” vicina alla Fratellanza (che di moderato ha mostrato ben poco) non è riuscita a rovesciare Assad e a confermarsi come alternativa “democratica” sostenuta dall’Occidente, su modello imitativo egiziano, già di suo risultato fallimentare. Le rovine di quel progetto, la cosiddetta “resistenza moderata” è oggi a Idlib, assieme alle milizie qaediste e ai soldati turchi.
Ecco perchè Erdogan, già a suo tempo strenuo sostenitore dell’ex Presidente islamista egiziano, Mohamed Morsy, al punto da aver accolto a Istanbul i leader della Fratellanza egiziana in chiave anti-al Sisi, oggi continua a sostenere quel che rimane delle varie espressioni ideologico-politiche e militanti legate all’organizzazione islamista in questione che è tra l’altro oggi messa al bando in Egitto, Siria, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.
Lo scontro con l’Europa
Un altro aspetto da non sottovalutare è il rapporto della Fratellanza e della Turchia in particolare con i Paesi dell’Unione Europea. Nell’attesa di vedere cosa renderanno noto i delegati europei recatisi mercoledì in Turchia per la questione dei flussi migratori riaperti da Ankara, è bene tener presente che mentre Grecia e Bulgaria hanno blindato i confini, il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha accusato Erdogan di utilizzare i profughi come “arma” per aggredire e ricattare l’Europa.
Intanto, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha da poco reso noto che la Francia non tollererà più l’infiltrazione nel Paese dell’islamismo politico (incluso quello dei Fratelli Musulmani) e neanche l’attivismo di predicatori islamisti arrivati dall’estero per promuovere valori in contrasto con laicità francese. Dichiarazioni immediatamente bollate da Erdogan e dai media ad egli fedeli come “islamofobiche”. Del resto non è la prima volta che il Rais turco accusa l’Europa di islamofobia, in particolare quando vengono tirate in ballo le violazioni dei diritti umani commesse da Ankara.