La geopolitica della corsa allo spazio
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La sensazione emersa dagli ultimi negoziati di Istanbul è che tra Ucraina e Russia non potrà esserci una resa indolore ma soprattutto soddisfacente per entrambi. Lo si è visto anche a Istanbul, nel dialogo benedetto da Recep Tayyip Erdogan in persona: se su alcuni punti le delegazioni russe e ucraine riescono a trovare un’intesa di massima – resta da capire quanto traballante – su altre questioni non sembra esserci spazio di manovra. E non solo per colpa di Mosca, come tutti potrebbero immaginare, ma anche per via di Kiev. Già, perché i cosiddetti “falchi“, a quanto pare, non affollano soltanto i corridoi del Cremlino.



Se la posizione ufficiale di Volodymyr Zelensky è quella di voler trattare e negoziare per raggiungere al più presto la fine della guerra, o almeno una tregua, alle spalle del presidente ucraino c’è chi non è altrettanto accomodante. Benissimo partecipare ai colloqui e ben venga la pace, ma guai a cedere a qualsiasi tipo di compromesso, ben che meno se questi compromessi riguardano tematiche territoriali: potrebbe essere sintetizzato così il pensiero di quel gruppo di personaggi ucraini per niente affatto intenzionato ad inginocchiarsi davanti alle richieste di Vladimir Putin.

Il bivio di Zelensky

Ci sono, poi, da considerare altri due punti, e il primo riguarda il presidente ucraino. Zelensky sta lavorando su due fronti: da una parte continua a chiedere al blocco occidentale aiuto, armi e supporto con il quale sconfiggere l’esercito russo; dall’altra spinge per la diplomazia, consapevole tuttavia di non poter dare l’impressione di cedere perdendo faccia e ideali.

Secondo punto: data la mobilitazione generale che ha spinto l’intera popolazione ucraina a scendere in campo per difendere la loro terra, queste persone accetterebbero mai di raggiungere una sorta di pace mutilata?

Senza contare le posizioni degli ultranazionalisti presenti in alcuni battaglioni in prima fila per contenere l’avanzata di Mosca. Siamo ancora al livello di ipotesi, ma che cosa succederebbe nel caso in cui l’Ucraina accettasse lo status neutrale e di non aderire alla Nato in cambio di adeguate garanzie di sicurezza e della cessione di Crimea e Donbass alla Russia? Mosca potrebbe spingere anche per rendere i due territori indipendenti ma, in entrambi i casi, Kiev perderebbe di fatto una parte dei propri possedimenti.

Margini ridotti

Forse definirli “falchi” è eccessivo, perché il loro obiettivo non coincide con il proseguimento della guerra. Ma, senz’altro, questa categoria di politici ucraini dà la sensazione di pensarla diversamente rispetto a quanto sta dichiarando Zelensky davanti alle tv di tutto il mondo.

Ci sono poi quelli che hanno comunque posizioni complesse. È il caso di Inna Sovsun, deputata del Parlamento ucraino per il partito d’opposizione Holos (Voce). Nel corso di un’intervista rilasciata all’Adnkronos, Sovsun ha spiegato di non essere ottimista sui colloqui perché “nessuna persona al mondo in questo momento si fida della parola di Putin”. Per quanto riguarda i negoziati, “quello che ci viene offerto è un compromesso, non una pace giusta. Noi vogliamo che ci venga resa giustizia per i crimini russi e purtroppo quello che ci viene offerto è il congelamento del conflitto che può portare a un’altra guerra tra un anno, due o sette”, ha aggiunto la deputata.

Sovsun ha inoltre affermato che “il principio fondamentale per concludere un accordo è che devi fidarti della persona con cui lo stai facendo. E non credo che ci sia una sola persona al mondo che possa dire di potersi fidare della parola di Putin”. Infine, sulla Crimea e sul Donbass, l’ipotesi che Kiev lasci questi territori alla Russia sembrerebbe essere fuori discussione. “Chi è disposto a lasciare un pezzo del proprio Paese?”, ha tuonato la deputata, aggiungendo che sarebbe sbagliato effettuare simili concessioni perché questo infrangerebbe “il principio della sovranità di uno Stato su cui si basa l’intera infrastruttura delle relazioni internazionali”.

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