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Il rumore degli allarmi aerei ha rappresentato il primo segno che la vita, per più di quaranta milioni di ucraini, da lì a breve sarebbe cambiata. Le sirene hanno svegliato i cittadini non solo dal sonno ma anche dall’illusione di poter scongiurare ancora la guerra. Era la notte del 24 febbraio, da allora sono passati due mesi. Otto settimane di morte, di distruzione e di tragedie. Otto settimane in cui la vita è stata sospesa e la quotidianità non ha più fatto rima con normalità. In quella notte gli ucraini sapevano di doversi preparare al peggio, ma al peggio mai nessuno è veramente pronto. E oggi il timore più grande è rappresentato dallo spettro di una guerra a oltranza, più lunga forse degli stessi combattimenti. In cui, al termine delle battaglie, mai nulla sarà come prima. Né sul versante ucraino e né sul versante russo.



I primi raid, i primi scossoni nella vita degli ucraini

Il 24 febbraio era un giovedì. Il giorno prima probabilmente gran parte degli ucraini è andata a coricarsi pensando di dover vivere un giovedì qualunque. La domenica successiva, dopo una lunga pausa invernale, era prevista la ripresa del campionato di calcio. E la federcalcio locale non aveva dato indicazioni circa un rinvio delle partite. Roberto De Zerbi ad esempio, allenatore italiano dello Shakhtar Donetsk, era regolarmente a Kiev per preparare la sfida successiva. Prevista peraltro a Kharkiv contro il Metalist. Lo staff era pronto per andare in quella città da lì a breve destinata trasformata in uno dei fronti di battaglia principali. Piccoli segnali per comprendere come l’Ucraina fino alle 4:51 del 24 febbraio era un Paese con le sue problematiche, ma ancora in pace. Gli allarmi aerei hanno ribaltato lo scenario. Nessun ucraino ha più pensato ad acquistare i biglietti per lo stadio, nessuno studente ha più rivisto in classe i propri compagni di scuola o i propri colleghi di università. La guerra era iniziata e quando i telegiornali del mattino hanno trasmesso i primi bagliori e le prime esplosioni si è capito che la vita sarebbe cambiata.

I freddi numeri delle ultime ore parlano di più di duemila civili morti, senza contare Mariupol, la quale da sola conterebbe quasi trentamila vittime. Ma non è solo una questione di cifre. La tragedia sta in primo luogo nel non poter più condurre una vita normale. Nel separarsi da affetti e famiglie per cercare riparo lontano da casa oppure per andare a combattere in qualche trincea sperduta nella campagna a nord di Kiev, a nord di Kharkiv oppure nel Donbass.

La sciagura di una guerra la si vede anche da semplici immagini. Come quella dei filo spinato e dei sacchi di sabbia che hanno circondato il teatro di Odessa. O come nelle strade deserte di una Kiev che per giorni ha atteso un possibile assalto russo, poi non concretizzatosi. Anche in quelle città solo sfiorate dagli eventi il conflitto ha trasformato vite e famiglie. A Leopoli ad esempio la locale stazione centrale è diventata un rifugio per chi arriva dalle zone in guerra, con stanze dedicate ai bambini o ai più fragili che attendono un altro treno per andare ancora più a ovest e raggiungere la Polonia. Sta nella distruzione sociale, oltre che fisica delle città, il primo dramma dell’Ucraina. Sta nella sospensione di una quotidianità il primo spettro di una popolazione che da due mesi a questa parte lotta per la sopravvivenza.

Rapporti che non saranno più come prima

Circostanze che incideranno e non poco anche nel dopoguerra. E questo non soltanto a livello politico. Il conflitto ha di fatto accelerato il cammino di Kiev verso occidente. Entro giugno l’Unione Europea esaminerà la domanda di adesione da parte del governo ucraino, il quale sarà sempre più ancorato alle dinamiche dell’ovest. Forse andrà in porto la mediazione sulla neutralità dell’Ucraina, richiesta a gran voce da Mosca in sede di negoziato. Ma anche se Kiev non dovesse far parte della Nato, il suo esercito è stato armato dall’Alleanza Atlantica e il supporto di consiglieri statunitensi e britannici si sta rivelando decisivo nelle azioni difensive contro i russi. Chiaro quindi che quella parte di Paese in cui truppe russe non metteranno mai piede è destinata in modo pressoché definitivo a guardare verso Washington e Bruxelles.

Ma, per l’appunto, la questione non sarà solo politica e non sarà solo a livello di rapporti istituzionali tra Mosca e Kiev una volta terminato il conflitto. Il problema è che i due popoli non si parleranno a lungo. Perché per i russi la loro operazione militare è percepita come “difensiva” e anche tra chi non appoggia apertamente il conflitto è insita una “sindrome da accerchiamento” presente già dai tempi della caduta dell’Urss. Per gli ucraini invece, i russi saranno percepiti per sempre come aggressori. Come coloro che, da un giorno all’altro, hanno trasformato le loro vite.

Due popoli fratelli che però non si parleranno più per lungo tempo. Lo si è visto nel gesto delle tv ucraine, discutibile sotto il profilo mediatico, di censurare la Via Crucis al Colosseo solo perché un’infermiera russa e una ucraina hanno portato assieme la Croce.

Vuol dire che tra ucraini e russi, anche tra chi è accomunato da legami di sangue, ogni forma di dialogo sarà percepita, nella migliore delle ipotesi, come poco opportuna. A pensarci bene, è proprio così che sono iniziati i disastri degli anni ’90 nei Balcani. Qui improvvisamente parenti o vicini di casa hanno iniziato a farsi la guerra soltanto perché croati o serbi, nonostante decenni vissuti sotto lo stesso tetto.

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