La Cina deve fare i conti con due nodi spinosissimi, due dispute che potrebbero teoricamente trasformarsi in conflitti armati. Il primo riguarda il braccio di ferro tra Pechino e Nuova Delhi sui confini contesi tra i rispettivi stati, una storia vecchissima, mai risolta e che, di tanto in tanto, riemerge fomentata dalle tensioni internazionali. Il secondo nodo è ancora più stretto del primo e comprende la delicatissima questione taiwanese. Non sappiamo quando, come e se le due dispute verranno risolte. Di sicuro appare complicato immaginarsi una risoluzione nel breve periodo, anche alla luce del testa a testa tra la Cina e gli Stati Uniti, con questi ultimi pronti ad approfittare delle rivalità cinesi per accrescere le pressioni sul rivale asiatico.

In ogni caso, il presidente cinese Xi Jinping tira dritto e prosegue verso la strada del “rinnovamento nazionale”, anche se l’ombra di ipotetici conflitti, sotto sotto, tiene in apprensione il Partito Comunista Cinese. Ma non tanto per una sindrome di inferiorità, quanto piuttosto perché le guerre danneggiano gli affari e “sporcano” le immagini internazionali dei governi. Ecco perché, parallelamente all’ascesa della Cina, la doppia spada di Damocle che pende sulla testa del Dragone inizia a essere pesante.

Il nodo indiano

“Pechino non collabora”, no è Nuova Delhi ad aver avanzato “richieste irragionevoli e irrealistiche”. All’indomani del 13esimo round di colloqui tra India e Cina, tenutosi sul lato cinese della Line of Actual Control, che funge da confine nella vasta area himalayana tra i due giganti asiatici, il tavolo delle trattative è stato avvolto dall’ennesima fumata nera. Dal giugno dello scorso anno le due parti sono impegnate in un faticoso processo di de-escalation militare per chiarire la disputa sul confine conteso.

Da una parte troviamo la Cina, che accusa l’India di complicare la situazione; dall’altra la controparte indiana, che a sua volta punta il dito contro l’atteggiamento poco collaborativo dei cinesi. In teoria ci troviamo in una fase di stallo, anche se c’è ben poco di stallo visto che l’esercito cinese ha condotto un’esercitazione militare con carri armati proprio nell’occhio del ciclone, sulla catena montuosa del Karakorum.

L’obiettivo di questa mossa, hanno fatto sapere i media cinesi, consiste nel testare varie tipologie di attacco a fuoco vivo in condizioni di estrema rigidità climatica. In realtà il messaggio lanciato a Nuova Delhi sembra piuttosto evidente. Da qui ai prossimi giorni non sono da escludere possibili risposte indiane, e per questo il Distretto militare dello Xinjiang dell’esercito cinese, incaricato di risolvere la pratica, è pronto a ogni evenienza.

Il nodo taiwanese

A quasi 4mila chilometri dal confine sino-indiano, Pechino monitora con estrema attenzione un altro focolaio di tensioni. Tensioni, se possibili, molto più accese e pericolose rispetto alle diatribe in corso con Nuova Delhi. Stiamo parlando della questione taiwanese, che da settimane è tornata a riempire le pagine dei giornali di tutto il mondo. Xi Jinping ha promesso che “la riunificazione della nazione deve essere realizzata, e lo sarà sicuramente”. Detto in altre parole: Taiwan, considerata dal Dragone una provincia ribelle, tornerà presto sotto il controllo della Madrepatria.

La risposta di Tsai Ing Wen, presidente di Taiwan, non è tardata ad arrivare. Parlando davanti alla presidenza di Taipei, nel giorno delle celebrazioni per la Giornata nazionale di Taiwan, Tsai ha ribadito che solo il popolo taiwanese può decidere del suo futuro, e che se non “agirà in modo avventato”, d’altra parte “non ci dovrebbero assolutamente essere illusioni che il popolo si piegherà alle pressioni”. “Continueremo a rafforzare la nostra difesa nazionale e a dimostrare la nostra determinazione a difenderci per garantire che nessuno possa costringere Taiwan a seguire la strada che la Cina ha tracciato per noi”, ha concluso la stessa Tsai.

Nel frattempo, e nonostante le rassicurazioni verbali di Xi, le forze armate cinesi hanno effettuato simulazioni di sbarco su una porzione di spiaggia antistante il mare di Taiwan, nella provincia sud-orientale del Fujian. Fonti militari hanno spiegato che la simulazione rientra tra le esercitazioni militari condotte abitualmente dalla difesa cinese lungo la costa, ma parte della stampa internazionale ritiene la provincia del Fujian il più probabile punto di partenza per un’ipotetica invasione armata di Taiwan, il secondo fronte aperto che Xi cercherà di chiudere al più presto.