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A quasi due mesi dall’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina, nel cuore del Cremlino c’è chi inizia a farsi qualche domanda. In particolare, un crescente numero di addetti ai lavori e alti funzionari si starebbe interrogando sullo stato del conflitto in sé, su quanti degli obiettivi prefissati sono stati portati a termine e a quale prezzo di vite umane e risorse economiche, ma anche, più in generale, sulla decisione presa da Vladimir Putin di entrare in guerra.

È questo il quadro dipinto da Bloomberg, che ha inoltre sottolineato come il numero di critici resti limitato e comprenda personaggi che ricoprirebbero incarichi di alto livello nel governo e negli affari statali. Questi personaggi credono che il conflitto sia stato un errore catastrofico che riporterà le lancette della Russia indietro di tanti anni.

Uno degli aspetti più preoccupanti emersi dalla ricostruzione offerta dal media statunitense è che gli interpellati – che hanno chiesto l’anonimato in quanto timorosi di subire ritorsioni – ritengono che vi siano ben poche possibilità che Putin cambi rotta, e addirittura nessuna in merito a una possibile ritorsione interna.

Secondo la loro versione Putin sarebbe sempre più dipendente da una cerchia ristretta di consiglieri intransigenti e avrebbe respinto i tentativi di altri funzionari di porre l’attenzione sul costo economico e politico del conflitto.



Costi economici e isolamento politico

Le due più grandi preoccupazioni dell’élite russa possono essere sintetizzate negli elevati costi economici alla base del proseguimento della guerra in Ucraina (senza contare il contraccolpo economico russo derivante dall’effetto sanzioni) e nell’isolamento internazionale.

Certo, parlare di isolamento russo tout court può sembrare eccessivo, visto che tranne Stati Uniti, gran parte dell’Europa e qualche stato alleato (tipo Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud), il resto del mondo continua in qualche modo ad interagire con Mosca (pensiamo infatti alla Cina, all’India, ai Paesi africani, al sud-est asiatico e all’America Latina). E però il peso specifico di Washington e del Vecchio Continente si farà sentire, se non nell’immediato nel lungo periodo.

Lo stesso vale per le sanzioni e per i costi economici del conflitto. Se per il momento Mosca ha dato l’impressione di attutire il colpo – o quanto meno ridimensionare il peso – delle sanzioni, il futuro è ancora tutto da decifrare e ruota principalmente attorno alla decisione della Cina di fornire o meno assistenza al Cremlino, trasformandosi in un suo partner economico privilegiato.

Il rischio di un’escalation

Accanto al lato economico e politico non bisogna perdere di vista quanto sta accadendo sul campo di battaglia. Pare – non vi è certezza, visto che molte volte il fuoco incrociato delle propagande russe e ucraine annebbia la realtà dei fatti – che le forze del Cremlino abbiano subito perdite enormi e che pure l’avanzata nel Donbass proceda più a rilento del previsto. A limitare l’assalto russo questa volta non sarebbero i presunti e madornali errori logistici e strategici che avrebbero caratterizzato la prima fase della guerra, bensì le armi occidentali affluite in  massa tra le mani dei militari ucraini.

Alcuni alti funzionari del Cremlino hanno quindi affermato di condividere sempre più il timore espresso dall’intelligence statunitense. Quale? Che Putin possa ricorrere a un uso limitato delle armi nucleari nel caso in cui dovesse fare i conti con il fallimento di una campagna militare che considera la sua missione storica.

Sia chiaro: il sostegno alla guerra e alla figura di Putin rimane profondo in gran parte dell’élite russa, con molti addetti ai lavori che abbracciano – sia in pubblico che in privato – la narrativa del Cremlino secondo cui il conflitto con l’Occidente è inevitabile e che l’economia russa si adatterà alle radicali sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Tuttavia, come spiegato, sempre più importanti addetti ai lavori sono arrivati a credere che l’impegno di Putin a continuare il conflitto condannerà la Russia ad anni di isolamento e di accresciute tensioni che lasceranno la sua economia paralizzata, la sua sicurezza compromessa e la sua influenza globale sventrata.

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