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L’anno nuovo ripropone vecchi conflitti. Passato il capodanno, la politica internazionale deve fare i conti con gli schemi politici e militari ereditati dal 2021. Nei prossimi 12 mesi ci saranno almeno dieci situazioni molto calde da monitorare. Non solo guerre in senso stretto, ma anche confronti più o meno diretti aventi come oggetto il predominio in una determinata area oppure questioni riguardanti la sicurezza nazionale. Ecco quali sono i principali conflitti a cui il mondo del 2022 deve guardare.

1. Le tensioni Usa – Cina

Il braccio di ferro principale nell’anno appena iniziato potrebbe ancora una volte essere quello tra Washington e Pechino. Tanti i nodi riguardanti i rapporti tra le due potenze. La sfida principale, per adesso più di rango politico che militare, è nel Pacifico. Il 2021 è stato l’anno dell’accordo Aukus tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia. Un patto il cui intento evidente è quello di creare un’alleanza in grado di essere un deterrente per le mire cinesi nell’area. Il 2022 potrebbe portare l’apice dello scontro direttamente a Taiwan, dove già nei mesi scorsi è stata segnalata la presenza di truppe Usa e dove, dal canto loro, i cinesi hanno compiuto non poche manovre di sorvolo dello spazio aereo. Taiwan, l’isola rivendicata da Pechino, è anche un importante crocevia economico. Qui si produce la più ampia fetta di microchip presente sul mercato internazionale e in una fase come quella attuale, contrassegnata dalla carenza di chip e semiconduttori, l’influenza sull’isola fa comodo a tutte le principali potenze in campo.



2. Ucraina e la guerra nel Donbass

In vista dei prossimi mesi assume grande importanza monitorare quanto sta accadendo nel Donbass, la regione filorussa dell’est dell’Ucraina in guerra con il governo di Kiev dal 2014. L’anno appena concluso ha fatto registrare una decisa escalation. L’esercito ucraino ha conquistato alcune località nelle zone cuscinetto stabilite con gli accordi di Minsk del 2014. Dal canto suo Mosca ha dato il via libera al dispiegamento di centinaia di militari lungo il confine. A dicembre, dopo una telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente Usa Joe Biden, si è avviata una fase di distensione. Tuttavia la possibilità di un conflitto diretto tra Mosca e Kiev è ancora molto forte. In gioco ci sono molteplici interessi. Il possibile ingresso dell’Ucraina nella Nato, con quindi l’eventualità poco gradita alla Russia di un’espansione a oriente dell’Alleanza Atlantica, è il primo spettro che aleggia sul conflitto. L’impressione, a prescindere dalla recrudescenza dei combattimenti, è che il braccio di ferro tra le parti è destinato a durare ancora a lungo.



3. Afghanistan e il ritorno del terrorismo

Nel 2021, Covid a parte, l’evento più seguito ha riguardato l’ingresso a Kabul dei talebani e il ritiro dall’Afghanistan degli Stati Uniti. Ad agosto gli studenti coranici hanno ripreso, dopo 20 anni esatti, il potere. In questo modo il gruppo integralista ha di fatto vinto una guerra iniziata subito dopo l’11 settembre 2001. Tuttavia il conflitto afghano non può considerarsi concluso. I talebani sono sì nuovamente al governo, ma devono far fronte a diversi problemi in grado di destabilizzare nei prossimi mesi il Paese. A partire da una crisi economica generata dal congelamento delle riserve estere del passato governo afghano, una circostanza che sta impedendo al movimento di riavviare commerci e pagare gli stipendi. C’è poi la questione legata alla presenza dell’Isis. La cellula afghana del gruppo ha già organizzato diversi attentato da agosto in poi e l’eventuale deterioramento della sicurezza è in grado di indebolire ulteriormente i talebani. Il blocco economico e l’allarme terrorismo sono due elementi in grado di accelerare un’eventuale destabilizzazione dell’Afghanistan.



4. Kazakistan e l’Asia centrale

Forse la crisi kazaka rappresenta l’unico vero fronte aperto con il nuovo anno. In realtà le cause delle rivolte iniziate il 4 gennaio nel Paese centroasiatico vanno ricercate negli anni precedenti. La violenza delle proteste e il tono da rivolta generale visto ad Alamty, città più grande ed ex capitale, hanno colto le autorità di sorpresa. E adesso la risposta da parte del governo da un lato potrebbe riportare la situazione alla normalità, ma dall’altro potrebbe condurre a uno scontro ancora più netto tra le stesse autorità e i gruppi ribelli. Questi ultimi, grazie anche al saccheggio di caserme e stazioni di polizia, hanno armi e munizioni a loro disposizione. Un’eventuale instabilità del Kazakistan avrebbe ripercussioni importanti per diversi motivi. In primis, sarebbe una nuova spina nel fianco per la Russia all’interno dello spazio ex sovietico. In secondo luogo, potrebbe richiamare ulteriore destabilizzazione anche nei Paesi vicini. L’area centroasiatica, è bene ricordare, è strategica e delicata, anche sotto il profilo geografico, nell’ottica del confronto tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro.



5. L’instabilità in Libia

Il 2021 doveva essere l’anno delle elezioni in Libia. Le consultazioni non si sono però tenute e il fallimento del processo elettorale potrebbe rappresentare il prologo di una nuova fase di instabilità. Il Paese nordafricano, a dispetto delle velleità avanzate soprattutto dall’Onu di organizzare delle presidenziali, è ancora molto frammentato sia a livello politico che militare. Esiste sì, a partire dal marzo scorso, un governo di unità nazionale ma al contempo non c’è chiarezza sull’attuale assetto istituzione e il reale controllo del territorio è affidato a milizie di ogni tipo. Inoltre in Libia sono ancora ben presenti i mercenari stranieri, soprattutto quelli legati alla Turchia ad ovest e alla Russia ad est. A più di dieci anni dalla morte di Muammar Gheddafi, il Paese non ha trovato la sua stabilità e la possibilità di una ripresa su larga scala della guerra non è così remota. Considerando l’importanza strategica della Libia, il conflitto al suo interno è uno dei più importanti da tenere d’occhio nel corso del 2022.

6. La guerra nel Tigray in Etiopia

Tra i fronti più caldi, è forse quello di cui la comunità internazionale si è occupata di meno. Eppure la guerra c’è, tra la fine del 2020 e il 2021 ha fatto migliaia di morti e ha inoltre fatto tremare Addis Abeba. Il conflitto in Etiopia, in cui si assiste alla contrapposizione tra le forze governative e quelle legate ai tigrini del Tplf nella regione settentrionale del Tigray, ha generato instabilità nella più grande economia del Corno d’Africa e ha provocato uno slittamento politico del Paese più importante della regione. In particolare, da quando la guerra è entrata nella sua fase più delicata, il governo etiope si è appoggiato alla Cina e alla Turchia e ha quindi diversificato le sue alleanze dopo anni di vicinanza agli Stati Uniti. Dalla fine dello scorso dicembre non si spara più, non per il raggiungimento di un cessate il fuoco ma per un equilibrio raggiunto che soddisfa entrambe le forze in campo. Il governo ha recuperato tutti i territori persi nei mesi precedenti, i tigrini hanno conservato il controllo del capoluogo Makallè. Nel 2022 però lo stallo potrebbe non andare più bene e la guerra rientrare quindi in una fase acuta e con esiti poco prevedibili per la stabilità della regione.

7. L’infinito conflitto in Siria

Di Siria si parla poco nei circuiti mediatici, ma la guerra è ancora ben presente e in grado da un momento all’altro di creare non pochi grattacapi a livello internazionale. Il governo di Bashar Al Assad, appoggiato dalla Russia, da tempo ha ripreso in mano il controllo di tutte le città principali. Manca però ancora la provincia di Idlib, in mano a forze estremiste e filoturche. Per questo il conflitto comporterà ancora un intenso dialogo tra Mosca e Ankara e i futuri equilibri dipenderanno dal confronto tra Putin ed Erdogan. In ballo c’è anche la questione curda. I miliziani curdi controllano l’est della Siria e sono nel mirino di una Turchia pronta sempre ad entrare in territorio siriano per stanare quelli che considera come propri nemici. Una recrudescenza del conflitto tra Idlib e le zone in mano curda tirerebbe in ballo quindi Russia e Turchia, ma anche gli Usa ancora presenti nelle zone petrolifere lungo il fiume Eufrate. La Siria di fatto rappresenta una partita a scacchi ancora in corso tra le varie potenze che qui hanno interessi.

8. Iran – Usa e i negoziati sul nucleare

A Vienna sono in corso dei colloqui per giungere a un possibile nuovo accordo sul nucleare iraniano. A distanza di 5 anni dalla prima intesa e di 4 dalla scelta di Donald Trump di rompere quell’accordo, Teheran e Washington stanno riprovando la via del dialogo. Ma il braccio di ferro tra le due parti è destinato a rimanere uno dei punti più caldi del 2022. I piani di un raid Usa in territorio iraniano non sono mai stati accantonati del tutto. In Iraq invece, a due anni dal bombardamento statunitense che ha ucciso il generale Qasem Soleimani, le forze Usa avrebbero sventato almeno 6 attacchi contro propri obiettivi ordinati dalle milizie sciite legate a Teheran. Dietro lo scontro tra iraniani e statunitensi è ben presente l’ombra israeliana. Lo Stato ebraico è preoccupato dai programmi di arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica e ha più volte colpito sul finire del 2021 obiettivi iraniani in Siria.

9. La guerra dimenticata in Yemen

L’Iran è coinvolto anche nel braccio di ferro con i rivali regionali dell’Arabia Saudita. Un confronto che ha nello Yemen uno dei teatri principali. Qui la guerra va avanti dal 2015, anno in cui da Riad è arrivato l’ordine di attaccare le milizie Houthi, legate all’Iran e in grado di conquistare l’anno precedente la capitale yemenita Sana’a. Da allora il conflitto non si è mai interrotto e ha causato gravi ripercussioni sotto il profilo umanitario. Per i Saud la guerra si è rivelata disastrosa. La coalizione a guida saudita si è in parte sfaldata e non ha raggiunto gli obiettivi politici e militari prefissati. Il conflitto nelle ultime settimane del 2021 ha ripreso vigore con l’avanzata Houti a Marib e nella cittadina portuale di Hodeida. Prevedibile, per il 2022, un ulteriore aumento dell’intensità degli scontri. La guerra nello Yemen è importante per comprendere gli equilibri nella regione mediorientale.

10. Israele – Palestina e le tensioni mai sopite

Anche nel 2022 la situazione in Cisgiordania e a Gaza è meritevole di attenzione. Lo scorso anno si è sfiorata la terza intifada e nella striscia di Gaza si sono riviste scene di guerra a seguito dello scontro tra Israele e Hamas. Tutto era partito con delle proteste, da parte palestinese, per degli espropri ordinati tra aprile e maggio dal governo israeliano nella parte antica di Gerusalemme. Una miccia in grado di innescare poi la reazione sia degli arabi israeliani, con scene di guerriglia anche tra le città dove è presente una cospicua minoranza araba, sia di Hamas. Il movimento integralista ha lanciato numerosi razzi, provocando le incursioni israeliane nella Striscia. Scenari non così lontani purtroppo dalla realtà del 2022. La tensione nella regione è infatti ancora molto alta.

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