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Guerra

I detenuti palestinesi raccontano l’orrore della prigione di Naqab

Le testimonianze dei detenuti della prigione di Naqab svelano un sistema di abusi sistematici e di torture fisiche e psicologiche.

Chi scrive di dolore, scava nella carne viva dell’umanità, portandone alla luce le ferite più profonde. Non si tratta di parole casuali, ma di pesi che si aggiungono a pesi, di storie che chiedono di essere raccontate con tutta la loro crudezza. Le testimonianze che giungono dalla prigione di Naqab sono questo: racconti di sofferenza che non hanno bisogno di orpelli, bastano poche frasi per spalancare un abisso. Ogni parola è un’onda che infrange la calma del mare. Raccontano di un luogo dove la dignità umana viene strappata via come un vecchio vestito, con indifferenza crudele. Le loro parole pietre lanciate in un pozzo senza fondo, un grido che risuona nelle coscienze, rivelando un inferno in terra dove l’umanità è ridotta a un sussurro perduto.

Nella prigione di Naqab, le mura non separano soltanto il dentro dal fuori, ma diventano contenitori di un dolore che non conosce tregua. Le testimonianze raccolte dalla Società dei prigionieri palestinesi (PPS) e dalla Commissione per gli affari dei detenuti non lasciano spazio a interpretazioni, esprimono con chiarezza come quelle mura contengono un inferno tangibile. Le parole dei detenuti descrivono un sistema che utilizza la tortura come strumento sistematico, infliggendo ferite che non sono solo fisiche, ma scavano nell’identità stessa delle persone.

Uno dei detenuti, noto solo con le iniziali MR, arrestato nella città di Sheikh Zayed nel marzo 2024, è stato sottoposto a un vero e proprio lavaggio del cervello. Costretto a firmare false confessioni sotto tortura, ha visto infranti i suoi diritti e la sua volontà di resistere. La solitudine, l’isolamento e le condizioni igieniche precarie hanno contribuito a minare la sua salute mentale. La scabbia, che ha deturpato il suo corpo, è stata solo l’ultima goccia che ha riempito il calice della sua sofferenza.

MH, prelevato dal Kamal Adwan Hospital nel Nord di Gaza e gettato nelle tenebre della prigione di Naqab, è stato sottoposto a un calvario psicologico che ha inciso profondamente la sua psiche. La paura, l’umiliazione, la disperazione, sono questi i sentimenti che lo accompagnano durante la detenzione. Le torture subite, come l’immersione in liquidi fecali, hanno spinto il detenuto a definire la sua prigionia una ‘morte in vita’, una testimonianza diretta dell’inferno vissuto sulla propria pelle e che rivelano l’orrore di una condizione che va oltre la semplice privazione della libertà.

HR, vittima di torture con acqua bollente, porta impressi nella mente e nel corpo i segni di profondi traumi. Il dolore fisico si è sommato a quello psicologico, lasciando impronte indelebili nella sua mente. L’infezione cronica, un’ulteriore complicazione, è diventata una metafora della sua condizione, un’infezione che ha corrotto la sua vita.

“La morte è più misericordiosa di ciò che stiamo vivendo in prigione. Ancora oggi, nonostante l’arrivo dell’inverno, i prigionieri indossano i loro abiti estivi,” dice AN, descrivendo una quotidianità fatta di freddo, fame e malattie. Anche lui descrive la scabbia, che si propaga come un’epidemia, insieme ad altre malattie causate dalle condizioni carcerarie disumane che stanno lentamente consumando il testimone identificato come JS: “Il mio corpo è ricoperto di foruncoli. Oggi, riesco a malapena a stare in piedi o a camminare facilmente. Soffro anche di altri problemi di salute e le mie condizioni sono peggiorate a causa delle torture e delle brutali percosse. Ora sanguino a causa di ciò a cui sono stato sottoposto”. Racconta di Ashraf Abu Warda, deceduto il 29 dicembre 2024, che si trovava nella stessa cella: “Le sue condizioni erano molto gravi e aveva perso la capacità di parlare, ricordare e persino di stare in piedi”.

L’orrore si nasconde nei dettagli. Due giorni prima della morte di Abu Warda, la visita delle organizzazioni palestinesi ha rivelato una pratica quotidiana, quasi banale, che nasconde maltrattamenti crudeli come la privazione dei materassi ai prigionieri. In quella circostanza, SA, un altro detenuto, ha denunciato: “L’amministrazione della prigione di Israele rimuove deliberatamente i materassi ogni mattina e li restituisce la sera. A volte, ci puniscono intenzionalmente ritardando la restituzione dei materassi fino a mezzanotte”.

I racconti raccolti dal PPS e dalla Commissione sono solo la punta dell’iceberg di un sistema di abusi sistematico e diffuso. Secondo B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, si tratta di una politica deliberata. Dall’ottobre 2023, almeno 54 palestinesi sono morti in carcere, 14.300 sono stati arrestati e oltre 10.000 ordini di detenzione amministrativa sono stati emessi, coinvolgendo anche donne e bambini.

Le testimonianze raccolte ci immergono in un abisso di orrore, dove la violenza è diventata una strategia e la sofferenza una politica di Stato. Dietro le sbarre israeliane, i corpi martoriati si trascinano in un inferno dove la dignità umana è un lusso che nessuno può più permettersi.

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