Le statistiche ufficiali dell’Israel Defense Force parlano chiaro: le forze armate di Tel Aviv non ritengono superiori al 17% del totale i morti nella guerra di Gaza effettivamente indicabili come combattenti di Hamas.
Un’inchiesta condotta congiuntamente dal britannico Guardian, dalla rivista israelo-palestinese +972 Magazine e dal quotidiano in lingua ebraica Local Call ha analizzato documenti interni all’esercito israeliano in cui i vertici delle forze armate rivelavano di aver eliminato, a maggio, poco più di 8.900 combattenti del gruppo islamista che governa Gaza dal 7 ottobre 2023 in avanti. Un dato pari al 17% dei 53mila morti ufficiali allora registrati. E una statistica indubbiamente d’impatto che, purtroppo, si teme sia comunque ancora troppo sbilanciata a sfavore dei morti civili.
Il vero numero dei morti di Gaza
Il lavoro delle tre testate è stato indubbiamente certosino ed è giornalisticamente riconoscibile come un’inchiesta capace di ben padroneggiare dati e sensibilità politiche. Il Guardian, +972 e Local Call si attengono ai dati ufficialmente vidimati per fornire un punto di partenza: i morti sono al massimo per il 17% militari.
Escludendo singoli eventi tragici (come la strage di Srebrenica, 92% dei morti civili) o battaglie d’assedio urbano particolarmente cruente (come quella russa a Mariupol nel 2022, dove il 95% dei morti fu civile), già questo dato porrebbe la guerra di Gaza nell’ordine di grandezza dei peggiori massacri di civili della storia recente, stando al monitoraggio dell’Uppsala Conflict Data Program sulle guerre degli ultimi quarant’anni, seconda solo al genocidio ruandese del 1994, dove oltre il 99% dei morti fu tra i civili.
Perché i dati provenienti dalla Striscia sono al ribasso
Considerati i 1.600 morti che Israele dichiara di aver inflitto ad Hamas per ripulire le sacche create dai militanti con gli attacchi del 7 ottobre 2023, la percentuale dei morti effettivi civili a Gaza sale dall’83% a quasi l’87%.
E non solo: le statistiche fornite dal ministero della Salute di Gaza, con buona pace dei radicali sostenitori del governo di Tel Aviv che le ritengono inattendibili perché “fornite da Hamas”, sono invero una stima al ribasso. Dopo quasi due anni di guerra, la distruzione di ospedali e centri medici, l’accumularsi di macerie e il moltiplicarsi delle cause di morte dei civili di Gaza (bombardamento, fame, malattia) rende ormai difficile tenere una contabilità aggiornata ed è difficile, se non capzioso, distinguere tra le vittime direttamente imputabili al conflitto e quelle causate dalle condizioni di una Striscia sempre più inadatta alla vita umana.
Solo il Ruanda peggio di Gaza
Su queste colonne lo ricordiamo da tempo, mettendoci la faccia. A ottobre 99 medici americani avevano indicato in oltre 100mila le morti in un anno di conflitto, The Lancet ha ritenuto plausibile una stima per la guerra pari a 186mila morti, e quest’estate sono emerse stime che portano addirittura a 300mila i morti di Gaza. Nature indicava in 84mila i morti tra ottobre 2023 e gennaio 2025, escludendo dunque poi tutti quelli del letale anno in corso. La realtà è che sicuramente i morti non sono solo poco più di 62mila, perché ormai la contabilità è totalmente saltata.
E se anche la stessa Israele non manca di ammettere che “l’esercito più morale al mondo” ha ucciso per cinque sesti del totale civili e non combattenti, si capisce perché oramai appare sempre più difficile dare qualsivoglia connotato strategico al conflitto di Gaza. Non è una guerra contro Hamas, ma contro Gaza e la Palestina. Si distrugge un territorio (urbicidio), si annienta la coesione di un popolo (democidio) per arrivare alla soppressione collettiva dei palestinesi di Gaza tramite soppressione fisica e creazione di condizioni di totale inadeguatezza alla vita umana nella loro terra (genocidio).
Neanche i dati sulla carta più favorevoli a Tel Aviv e le stesse statistiche dell’Idf invertono queste evidenze. Il grande portato dell’inchiesta giornalistica delle tre testate e del loro preciso lavoro sta nel fatto che hanno fissato, numeri alla mano, un dato inconfutabile: in contesti di indeterminatezza sulle reali portate delle stragi in teatri avvolti dalla nebbia di guerra come quello del Sudan, possiamo affermare che nel post-Guerra Fredda peggio di Gaza c’è stato solo il Ruanda, non plus ultra di abiezione e violenza dagli Anni Novanta ad oggi.
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