Il 5 febbraio l’Amministrazione autonoma del Nord est della Siria ha annunciato che dalla primavera del 2020 avranno inizio i primi processi contro i combattenti dell’Isis che si trovano attualmente nelle prigioni curde. La decisione è stata presa dopo mesi di silenzio da parte della comunità internazionale e degli Stati i cui cittadini si sono uniti alle file dell’Isis e che si rifiutano di riportare in patria i propri connazionali. L’Amministrazione ha inoltre specificato che i processi andranno avanti con o senza la partecipazione di questi Paesi, visto il disinteresse dimostrato fino ad oggi in merito ai propri cittadini radicalizzati.

Tuttavia, come spiegato a InsideOver dal Rojava Information Center, l’Amministrazione autonoma auspica un coinvolgimento nei processi della comunità internazionale e la decisione di avviare i procedimenti legali in primavera ha tra i suoi obiettivi anche quello di spingere gli altri Stati a dare il proprio contributo. I processi verranno celebrati a partire da “una legge specifica contro i reati di terrorismo già applicata in passato ai combattenti locali affiliatisi all’Isis. La norma è stata redatta sulla base delle leggi siriane, ma è stata adattata negli anni al diritto internazionale, per cui – per fare alcuni esempi – non è prevista la pena capitale, è garantita la libertà di espressione e il diritto a un giusto processo. Questa stessa legge al momento sta subendo delle modifiche” che verranno comunicate in seguito “in vista dei processi contro i presunti miliziani dell’Isis”. Quello che si sa è che le pene andranno da uno a 20 anni di prigione a seconda della gravità del crimine commesso e che i reati che verranno giudicati vanno dai rapimenti, agli attacchi armati, alla creazione di milizie, fino all’organizzazione e al supporto finanziario di organizzazioni terroristiche.

Uno dei problemi che l’Amministrazione dovrà affrontare riguarda prima di tutto il reperimento delle prove contro gli imputati in un contesto di guerra. Come evidenziato dallo stesso Ric, “trovare le prove è difficile, ma farlo qui [in Siria del nord-est] è più facile che non altrove dato che si tratta di reati commessi in questo stesso territorio”. Per quanto riguarda invece la detenzione dei condannati, come spiegano ancora dal Ric, “sono stati predisposti dei centri specifici per chi ha commesso atti di terrorismo”, ma le strutture attualmente attive non sono sufficienti e in alcuni casi hanno bisogno di riparazioni a causa dei danni subiti durante la guerra. “Bisogna anche formare le guardie carcerarie: ogni punizione corporale è assolutamente vietata e chi viene scoperto a maltrattare i detenuti sarà allontanato e rieducato”. L’obiettivo è “creare un ambiente in cui sia possibile portare avanti un programma di de-radicalizzazione per la rieducazione dei detenuti. Le opportunità per mandare avanti questo progetto al momento sono limitate, ma l’Amministrazione autonoma ha già avviato programmi di rieducazione e de-radicalizzazione in passato e i risultati sono stati positivi”. Quello di cui il Rojava ha bisogno per portare avanti il suo programma anche in futuro è l’aiuto internazionale.

Tra i nodi da sciogliere vi è anche quello delle donne e dei bambini detenuti nei campi profughi della Siria del nord-est, in particolare in quello di Al-Hol. “Le donne accusate di aver commesso dei crimini verranno giudicate ed eventualmente condannate, ma il loro numero è molto esiguo. Le altre dovrebbero essere portate a casa, nei loro Paesi di origine, insieme ai loro figli e agli orfani per poter essere rieducate”. Attualmente, secondo le stime fornite dalle autorità del Rojava, 70mila persone sono detenute in Siria del nord-est, 14.500 delle quali sono di origine straniera: in quest’ultimo gruppo le donne sono 4mila, mentre 9.500 sono bambini, la maggior parte dei quali sotto i 5 anni. Nel 2019 solo 500 sono stati rimpatriati.

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