I coloni della Cisgiordania spadroneggiano su quella terra, compiendo attacchi quotidiani contro i palestinesi, ma non solo. Dopo anni di connivenza da parte dell’esercito israeliano, il “movimento dei coloni” (che, se non fosse israeliano, verrebbe facilmente definito per ciò che è: terrorismo), a lungo protetto e finanziato da Netanyahu e dai suoi ministri, si è ora rivoltato contro le stesse istituzioni che lo hanno sostenuto.
L’attacco dei coloni contro l’IDF
Il 28 giugno scorso, circa 70 coloni hanno aggredito i soldati israeliani, rei di aver ostacolato un loro precedente attacco – definito da Yair Golan “l’ennesimo pogrom ebraico”. L’assalto è durato cinque ore: durante l’azione, hanno tentato di soffocare un soldato, speronato veicoli militari e lanciato una molotov. Nonostante la brutalità dell’attacco, nessun colono è stato ferito. L’episodio ha suscitato la ferma condanna del ministro della Difesa Israel Katz e del primo ministro Netanyahu, con quest’ultimo che ha dichiarato che i coloni “non possono prendere la legge nelle proprie mani”.
Peccato che sia lo stesso Netanyahu ad aver bloccato le indagini dello Shin Bet sui sospetti di crimini nazionalisti ebraici, e lo stesso Katz ad aver escluso la detenzione amministrativa per i coloni – misura che, al contrario, continua a essere applicata sistematicamente ai palestinesi (ne abbiamo scritto qui).
Due giorni dopo l’attacco all’IDF, è arrivata la prima (e rarissima) reazione del governo. L’esercito israeliano ha demolito cinque avamposti illegali, tra cui quello di Har Hatzor, teatro delle violenze contro i soldati. Una reazione dura, ma modesta se confrontata ai soprusi che quotidianamente subiscono i palestinesi della Cisgiordania ad opera dei coloni.
Tuttavia, la repressione merita attenzione: il governo sembra essersi finalmente reso conto che l’ingranaggio della macchina statale è ormai fuori controllo. Significative, a tal proposito, le dichiarazioni del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, da sempre in prima linea nel sostegno ai coloni (del resto anche lui lo è: vive nell’avamposto di Kedumim). “Gli attacchi all’esercito israeliano non sono tollerabili: è una linea rossa che non può essere oltrepassata”, ha dichiarato Smotrich.
Per onor di cronaca, però, va riportata anche un’altra sua dichiarazione, che chiarisce bene la brutale realtà delle regole etnonazionaliste applicate in Cisgiordania: “L’uso del fuoco vivo contro israeliani ebrei attraversa un pericoloso confine” e deve essere “vietato”. Divieto non applicato ai palestinesi, anzi.
La giustizia selettiva dell’occupazione israeliana
Tale doppiopesismo si è registrato anche durante il pogrom del 25 giugno, quando i coloni hanno dato alle fiamme un villaggio arabo: tre palestinesi sono stati uccisi per aver “lanciato pietre contro l’IDF” nel tentativo di difendersi. E gli aggressori – o terroristi, ça va sans dire – ne sono usciti illesi, dopo il solito copione farsesco: cinque di loro sono stati arrestati e rilasciati il giorno successivo.
Dunque, secondo questa logica, i palestinesi pagano con la vita le stesse azioni per cui i coloni ebrei non subiscono alcuna conseguenza.
Se è vero che lunedì l’IDF ha demolito alcuni avamposti illegali, è altrettanto vero che, contemporaneamente, altri coloni ne hanno costruiti tre nuovi nella zona di Gerico, nella Cisgiordania orientale. Un’aperta sfida alle autorità.

