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Il sostegno trasversale e bipartisan di cui godeva Israele negli Stati Uniti, alimentato da un mainstream mediatico largamente favorevole e da lobby influenti, non c’è più. Oggi, a due anni dal 7 ottobre e mentre si discute il piano colonialista blairiano per Gaza, quella base di consenso si sta sgretolando. Lo racconta un sondaggio recente del New York Times/Siena, in cui la maggioranza degli statunitensi (51%) si oppone a ulteriori aiuti economici o militari allo Stato ebraico, mentre solo il 39% resta favorevole. Una frattura profonda, generazionale e partitica.

Tra i giovani, non ne parliamo neppure: il 68% degli under-30 è contrario al sostegno a Tel Aviv, e a questi si aggiungono le minoranze afroamericane (65%) e ispaniche (63%). Per la prima volta dal 1998 – cioè da quando è nato l’istituto di rilevazioni – più statunitensi dichiarano simpatia per i palestinesi (35%) che per Israele (34%). Tra i democratici il divario è abissale: 54% a favore della Palestina, solo il 13% con Israele. Non solo: sei statunitensi su dieci chiedono la fine dell’offensiva militare su Gaza anche senza la distruzione di Hamas o la liberazione degli ostaggi. Concetto, quest’ultimo, che nominato come precondizione per la pace suscita sempre più insofferenza e rabbia. Come se si trattasse di una presa in giro. Anche in Italia. Basti osservare lo “scandalo” dei fischi di Reggio Emilia.

Le contromisure di Israele

Davanti a questo scenario, Israele sta correndo ai ripari con una strategia che combina pressioni politiche, controllo dei media e nuove forme di propaganda digitale. Il Quincy Institute, sito che propone analisi geopolitiche all’impronta del pacifismo e del realismo, ha rivelato come il governo Netanyahu abbia affidato alla società statunitense Clock Tower X, guidata dall’ex stratega trumpiano Brad Parscale, un contratto da 6 milioni di dollari per produrre contenuti pro-Israele destinati soprattutto alla Generazione Z. L’obiettivo dichiarato: almeno 50 milioni di impression al mese su TikTok, Instagram, YouTube e podcast, attraverso video virali, campagne Seo e persino tentativi di “addestrare” i modelli di intelligenza artificiale come ChatGPT a fornire risposte più favorevoli a Israele.

Non si tratta di un gossip complottista messo in giro dai “pro-Pal”, né di un’operazione isolata. Clock Tower lavorerà in sinergia con Salem Media Group, colosso dell’editoria conservatrice e cristiano-evangelica, e con Havas Media, già responsabile di altre campagne per conto del ministero degli Esteri israeliano. Lo stesso Netanyahu ha ammesso apertamente che i social media sono ormai “l’arma più importante” a disposizione di Israele: “Non si combatte più con le spade, ma con i social”, ha dichiarato in un incontro con influencer filo-israeliani.

E proprio mentre la popolarità di Israele crolla nei sondaggi una partita ben più grande si gioca intorno a TikTok, la piattaforma più usata dalla GenZ. Durante il suo tour Usa il premier israeliano ha espresso entusiasmo per la possibile acquisizione dell’app da parte di un consorzio guidato da Larry Ellison, fondatore di Oracle, nuovo uomo più ricco della Terra e noto per i suoi legami strettissimi con l’Idf e il governo Netanyahu. Nelle sue mani, avvertono analisi di Guardian, The Times, e Vox – insomma non proprio la Gazzetta di Potere al Popolo – potrebbe finire non solo TikTok, ma anche una parte sostanziale del sistema mediatico statunitense: da Cbs – tramite accordo tra il figlio di Ellison e la giornalista Bari Wess, filoisraeliana radicale – a Paramount, fino alla Cnn, in operazioni che lascerebbero ben poco spazio al dissenso.

Il rischio è quello di un nuovo maccartismo algoritmo, molto più maldestro e cupo dell’originale – in quanto il contesto è di declino anziché di speranza – in cui la censura e l’ingegneria dell’algoritmo diventino strumenti per correggere artificialmente un’opinione pubblica che, spontaneamente, si sta orientando in senso opposto. Questo il guaio per i propagandisti oggi: oltre il 60% degli statunitensi ritiene che Israele non faccia abbastanza per proteggere i civili, e il 40% è convinto che li uccida deliberatamente, un dato raddoppiato dal 2023. Tra i giovani sotto i 30 anni, il sostegno a Israele precipita al 19%, contro un 61% che dichiara empatia per i palestinesi. Otto democratici su dieci vogliono la fine delle ostilità.

La domanda è se queste operazioni di ingegneria informativa riusciranno a ribaltare una realtà che sembra ormai consolidata, a fare il lavaggio del cervello a una nuova generazione, più multietnica e meno legata agli slogan patriottici di un tempo, e meno disposta ad accettare le narrazioni ufficiali, che ha già scelto da che parte stare. Ci sono «menti e cuori» da riprogrammare, mentre si costruiscono le nuove trincee lontano da Gaza: la posta in gioco è la sopravvivenza stessa del consenso politico negli Stati Uniti, l’alleato senza il quale Israele rischia di perdere non solo legittimità, ma anche capacità militare ed economica.

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