Quella della Russia in Ucraina non è certamente una marcia bellica fallimentare, sia ben chiaro. Né si può ancora parlare di fallimento dell’invasione a soli dodici giorni dall’inizio del conflitto. Ma sicuramente un dato è certo: l’esercito di Mosca si è impantanato più del previsto nell’attacco al Paese limitrofo, e questa constatazione appare chiara di fronte all’escalation nell’intervento di Mosca, arrivato a coinvolgere via via armi sempre più pesanti e a passare all’opzione dell’assedio diretto delle principali città ucraine (da Kharkiv a Cherson, recentemente espugnata, per arrivare alla capitale Kiev). Sotto il profilo militare, qualcosa è andato storto.

Per la precisione, sono almeno cinque gli errori militari di Mosca che notiamo, a una prima analisi, esser stati compiuti nelle prime due settimane dell’invasione. Analizziamoli uno ad uno.

L’Ucraina ha tenuto

Il primo errore è stato di previsione e d’intelligence: sottovalutare le capacità di resistenza delle forze ucraine. Come è apparso chiaro, inizialmente la Russia di Vladimir Putin pensava a un attacco di decapitazione, a un’offensiva-choc in grado di far collassare rapidamente non tanto le forze armate di Kiev, quasi non contate nel computo, quanto piuttosto la catena di comando centrata sul presidente Volodymyr Zelensky.

In sostanza, Mosca ha tenuto poco in conto:

  • La tenacia della resistenza ucraina e la capacità ucraina di sfruttare il territorio a favore della difesa.
  • L’efficacia dei moderni mezzi anti-carro, dimostrata da report di intelligence che indicherebbero tra l’8 e il 9% delle forze d’attacco le perdite di mezzi subite nei primi dodici giorni dell’attacco.
  • La capacità di Zelensky e del suo governo di resistere a tentativi di eversione.

L’invasione è stata preparata di conseguenza per essere un attacco-lampo volto a provocare un crollo interno in Ucraina. Non come una grande guerra di conquista: Edward Luttwak ha posto l’accento su Twitter sul fatto che le circa 200mila truppe coinvolte non sono nemmeno un quarto di quelle che l’Unione Sovietica e i suoi alleati utilizzarono per reprimere la Primavera di Praga e invadere la Cecoslovacchia nel 1968. La narrazione putiniana della “denazificazione” e dell’assistenza a un popolo fratello si è incartata, la Russia è andata in testacoda: Putin ha sognato un attacco-lampo alla leadership ucraina, ipotizzato un conflitto breve e rifiutato, inizialmente, una maggiore concentrazione di truppe. Salvo poi doversi scontrare con la realtà della grande resistenza ucraina.

Il flop dell’intelligence

Vi è un fattore direttamente legato a questa sottovalutazione: la pessima condotta dei servizi di intelligence.

Francis Walsingham su StartMag ha ricondotto a un fallimento d’intelligence e previsione di scenario questa sottovalutazione: “le analisi fatte dall’SVR (diretto da Sergei Narychkin) sia sul contesto geopolitico ucraino che europeo si sono rivelate sbagliate”, mentre i comandi operativi hanno subito “i contrasti di natura strategica tra Valerij Vasil’evič Gerasimov, Capo di Stato maggiore delle forze armate russe”, tra coloro che hanno sposato una linea cautelativa sull’azione militare, “e il direttore dell’intelligence militare russa, Igor Kostyukov”, vicino al ministro della Difesa Sergej Shoigu tra i falchi pro-invasione. Trasversalmente a questo, il servizio interno, il Fsb, “al cui vertice vi è Alexander Bortnikov, ha agito in modo autonomo servendosi delle forze speciali Spetsnaz e dei mercenari della Wagner per catturare senza successo Volodymyr Zelensky”.

L’esercito russo è andato in battaglia con comandi logorati dalle rivalità e dunque senza una vera capacità di gestione ottimale del flusso informativo. E questo è stato il primo problema. La sottovalutazione degli ucraini ha fatto il resto, e un ulteriore dato è quello degli errori di valutazione sulla supremazia aerea tuttora non universalmente assicurata fino ad ora. Ma le carenze evidenziate sul terreno non si fermano qui.

L’ordine di battaglia non aiuta

Appare lampante che lo scenario di guerra convenzionale cui il conflitto russo-ucraino ci ha riabituati dopo anni di controinsorgenze, guerre asimmetriche e conflitti fluidi ha segnalato tutti i limiti della complessa riforma militare russa che ha condotto al superamento della tradizionale impostazione divisionale dell’esercito.

Come ha ricordato Paolo Mauri, dal 2008 è entrata in vigore la riforma “New Look” che ha portato a una struttura “brigato-centrica” le forze di terra superando l’impostazione sovietica delle grandi divisioni di terra. Il risultato è un sistema molto ibrido, che garantisce flessibilità in scenari di guerra asimmetrica o a bassa intensità, ma riduce lo spirito di corpo e la coesione tra i reparti in un contesto di guerra ad avanzata tradizionale. Il problema della Russia, in certi casi, sul campo è sembrata essere a più riprese la potenza di fuoco e la difficoltà di sostenere un volume di attacchi continuati sugli obiettivi ucraini tali da far cadere le difese nemiche. La logistica non è stata da questo contesto aiutata: la lunga colonna ingolfata in direzione di Kiev mostra le ricadute del caos in questione.

Il fattore umano

Veniamo di conseguenza agli ultimi due punti che militarmente hanno influito sulla pessima prestazione di parte delle forze armate russe. Esse hanno a che fare con la gestione, decisamente controproducente, del fattore umano e della catena di comando.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Concentriamoci sul quarto punto, quello legato al capitale umano. La composizione dell’esercito di Mosca inviato in Ucraina mostra una netta spaccatura tra giovani reclute imberbi e veterani. Le difficoltà nella capacità di combattimento hanno riguardato soprattutto le prime, soprattutto coloro che sono stati arruolati dopo l’inizio della pandemia e dunque hanno potuto godere di una ridotta capacità di addestramento. Aggiungiamo a ciò il fatto che l’impossibilità di comunicare con le proprie case e le famiglie, dopo esser stati caricati da una narrazione che parlava di una campagna trionfale e di breve durata, ha ridotto la capacità combattiva di queste truppe.

Questo si salda al quinto, e forse decisivo fattore, il collo di bottiglia nella catena di comando. Sul milione di soldati che può schierare la Russia, nota Difesa Online, “circa 260.000 sono coscritti e 410.000 sono soldati a contratto (kontraktniki)” con ferme di 2, 6 o 10 anni. “Il periodo di leva, ridotto da due anni a 12 mesi, prevede al massimo cinque mesi di tempo di impiego per questi militari. I coscritti rimangono circa un quarto della forza anche nelle unità di commando d’élite (spetsnaz)”.

Ne consegue che “un’alta percentuale dei militari che indossano i gradi da sottufficiale sono poco più che coscritti anziani verso la fine del loro mandato”, e questo porta a un eccessivo aumento della dimensione delle unità operative di base, come le compagnie, che diventano dunque meno mobili, maggiormente esposte al fuoco nemico, più vulnerabili. Un paragone con il caso russo, ci dice il professor Aldo Giannuli, è quello dell’Italia nella Grande Guerra, ove per le numerose defezioni di sottufficiali di complemento, “si trovavano compagnie di anche 500 uomini, potenzialmente esposti alle peggiori conseguenze sotto il fuoco di mitragliatrici, mortai e artiglieria nemica e spaesati di fronte alla necessità di muoversi in forma coordinata”. Questa problematica, a cui si aggiunge il fatto che i militari russi non hanno i cellulari per comunicare, decapita la trasmissione degli ordini dai vertici dell’esercito alla truppa di base. E questo può paralizzare anche la più forte delle armate.

Impreparate a una reazione più vigorosa, prive di informazioni strutturate e chiare sul nemico, centrate su un nucleo di truppe impreparate e convinte di essere accolte come liberatrici, prive della struttura organizzativa a livello micro (compagnie) e macro (brigate) per esprimere il massimo della forza d’urto le armate di Mosca hanno presto dovuto sperimentare il problema dell’impantanamento. E ora la questione si fa spinosa sul piano militare, complicando la ricerca di una via d’uscita che ora più che mai appare difficile da scovare in Ucraina.