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Il Regno Unito si prepara a lasciare una volta per tutte la “tomba degli imperi”. Non appena verrà apposta la firma sul trattato di pace raggiunto tra i talebani e il governo nazionale, gli ultimi 1.100 soldati di sua maestà che sono rimasti in Afghanistan faranno ritorno in patria; sperando che alla prossima occasione, il governo di Londra farà davvero tesoro delle parole del premier britannico Anthony Eden, che negli ’30 inserì nel corollario della politica internazionale un consiglio rimasto inascoltato negli anni dagli inquilini del numero 10 Downing Street, da quelli della Casa Bianca e del Cremlino: “Prima regola della politica: mai fare la guerra in Afghanistan”.

Ciò che rimane del contingente britannico di stanza a Kabul sarà parte di una lunga operazione che prevede una ritirata di 14 mesi, e porterà all’abbandono dall’Afghanistan di 16.500 militari della Coalizione Internazionale. Soldati che dovranno spostare un’enorme quantità di armi, equipaggiamento e mezzi. Dal materiale logistico ai mezzi corazzati, gli inglesi smobiliteranno il loro presidio militare che oggi vede ancora schierati gli uomini del Royal Irish Regiment, che insieme a 120 paracadutisti e una più che probabile presenza di forze speciali dello Special Air Service, rappresenta la maggior parte del contributo militare britannico al mantenimento della sicurezza nel Paese. Fonti della difesa britannica hanno affermato che le truppe verranno “ritirate” in coordinamento con l’Alleanza Atlantica, responsabile del programma di addestramento dell’esercito afgano che si è attivato al termine del conflitto con gli insorti talebani. Conflitto che non è mai stato formalmente vinto, e che non ha mai visto una vera fine delle ostilità in molte regioni della terreno estremamente difficile che si è riconfermato essere l’Afghanistan. Nessuna allusione ad eventuali rischi che potrebbero incombere sui militari: secondo l’intelligence saranno al sicuro dopo la firma del trattato di pace.

La ritirata sarà più che altro una “sfida logistica”. Ad affrontare il maggior sforzo, come previsto, saranno gli Stati Uniti, che dovranno ritirare in due o forse tre ondate oltre 13mila soldati, accompagnati da centinaia di veicoli corazzati, aerei ed elicotteri schierati nelle basi di Bagram e Kandahar. Tra gli altri contingenti che hanno preso parte integrante nell’operazione Resolute Support, ci sono anche 1.300 tedeschi, 895 italiani, 790 rumeni, 600 turchi, 230 mongoli, 350 polacchi e 300 cechi. Verranno rimpatriati anche loro.

Secondo le previsioni – forse ottimistiche – del Pentagono, le truppe americane saranno ridotte a 8.600 unità nelle prossime 19 settimane, per ridursi ulteriormente in un secondo step, e lasciare definitivamente campo libero ai talebani, che si impegnano a combattere le cellule terroristiche e a non continuare nel dare battaglia all’Esercito regolare che è stato addestrato in tutti questi anni dai contingenti occidentali ed è fedele al governo di Kabul. La riuscita di questa “grande ritirata” si regge interamente sulla condizione sine qua non che non riprendano in alcun modo le ostilità tra le diverse fazioni afghane e che non si verifichi alcuna violazione dell’accordo che verrà siglato a Doha, in Qatar.

Gli ultimi 5mila soldati americani, tra i quali spiccano forze speciali dei Berretti verdi – coinvolti in un inquietante agguato all’inizio del mese scorso – continueranno ad essere coinvolti nell’operazione antiterrorismo “Freedom’s Sentinel“, e faranno ritorno in patria, se tutto andrà bene, nel 2021. Gli americani, più degli inglesi, che hanno ritirato il grosso delle truppe quando sono terminate le operazioni di combattimento a partire dal 2014, dovranno occuparsi di riportare a “casa” centinaia di veicoli, elicotteri d’attacco Apache, elicotteri d’assalto Black Hawk, cacciabombardieri F-16, aerei d’attacco al suolo A-10, velivoli per la guerra elettronica, droni armati Reaper e tanto altro materiale logistico che in questi 18 anni di conflitto si è ammucchiato tra Kabul e Kandahar, e che nella ritirata precedente lasciò già a lungo l’interrogativo se non fosse meglio “distruggerne” una parte piuttosto che spendere milioni e milioni di dollari per riportare tutto a casa.

I soldati di sua maestà sono sicuramente più facilitati dunque, dato che dovranno occuparsi soltanto dei veicoli corazzati “Foxhound” che spostavano i fanti da una posizione utile all’altra. Nulla a che vedere con la “disastrosa ritirata” del 1842, una sconfitta che segnò per sempre la storia dell’esercito britannico impegnato nella prima guerra anglo-afgana. Londra, decisa a imporre il suo dominio in quella terra aspra e strategica, mosse in seguito altre due compagne, la seconda nel 1878, e la terza nel 1919, quando Londra rinunciò ai suoi interessi per la terra dell’oppio. Questa quarta ritirata dell’esercito britannico dovrebbe essere, secondo i piani, l’ultima che andrà inserita nei libri di storia. Ovunque si trovi ora il trapassato emiro Dost Mohammed, che i britannici tentarono di defenestrare nel XIX secolo, potrà bearsi del fatto che a un anno da adesso, nessuna bandiera del Regno Unito sventolerà più sull’Afghanistan. Ritirato il contingente dalla “tomba degli imperi”, Londra ha già annunciato il dispiegamento di 250 soldati nel Mali, Africa occidentale, per andare in supporto delle forze che sono già impegnate nel contrastare la crescente attività delle cellule islamiste che rischiano di scatenare un conflitto già definito come un potenziale “Afghanistan francese“. Del resto, “il re comanda, e noi obbediamo”, recita una celebre canzone della tradizione popolare inglese.