Sono passati 73 anni da quando, all’alba del 25 giugno 1950, migliaia di soldati nordcoreani varcarono il 38 parallelo a bordo circa 150 di carri armati T-34 di fabbricazione sovietica. Dopo varie provocazioni, l’ultima delle quali l’occupazione sudcoreana della città di Haeju, la Corea del Nord di Kim Il Sung scatenò un’offensiva contro la Corea del Sud, conquistando Seoul, la capitale nemica, in appena tre giorni di combattimenti. Iniziò così la Guerra di Corea, congelata poi il 27 luglio 1953 con un armistizio, senza vincitori né vinti. Esattamente 70 anni dopo quell’armistizio, è ancora tutto congelato. In attesa di un accordo politico ancora lontano da venire.

Oggi questo conflitto è riemerso dagli archivi della storia. Per via del settantesimo anniversario del suo armistizio, certo, ma anche e soprattutto a causa delle sue numerose similitudini con la guerra in Ucraina. In primis, guardando al futuro, perché si fa sempre più strada una “soluzione coreana”, ovvero un armistizio per sospendere gli scontri tra russi e ucraini, ormai diventati insostenibili per entrambi gli schieramenti, nonché l’ipotesi di una Ucraina “mutilata”. Per inciso, non un Paese diviso quasi esattamente in due come la penisola coreana, ma pur sempre privato dei territori conquistati dal Cremlino, e cioè Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. E poi perché, tornando al presente, lo svolgimento della guerra ucraina, tra offensive, controffensive e contributi esterni, ricalca (e per alcuni versi potrebbe ricalcare) a grandi linee il corso del conflitto coreano.

Mappa di Alberto Bellotto

Un conflitto da più nomi, chiamato “Guerra patriottica di liberazione” dai nordcoreani, “6.25” dai sudcoreani, in riferimento alla data d’inizio del conflitto, “Guerra di resistenza all’America e in aiuto della Corea” dai cinesi e, infine, “Korean conflict” dagli Stati Uniti, anche per rimarcare l’assenza di una dichiarazione di guerra del congresso Usa, che in effetti non è mai stata proclamata. L’allora presidente statunitense, Harry Truman, pose i combattimenti sotto l’egida dell’Onu, dato che la Corea stessa era un costrutto degli accordi delle Nazioni Unite.

Tra gli altri nomi attribuiti al conflitto coreano troviamo quelli, emblematici, di “guerra sospesa” e “guerra dimenticata”. Sospesa perché, come detto, non è ancora tecnicamente finita. Dimenticata perché, cronologicamente parlando, si è verificata a metà strada tra la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra del Vietnam, due eventi che hanno avuto una risonanza maggiore, offuscando quanto è accaduto tra il 1950 e il 1953 nella penisola coreana.

Corea-Ucraina: così lontane, così vicine

Il contesto storico e politico è diverso. Eppure c’è un filo rosso che avvicina la guerra di Corea all’attuale guerra in Ucraina. Intanto, sebbene diversi per origine e scala, entrambi i conflitti possono essere considerati regionali con implicazioni mondiali, che annunciano, accelerano e consolidano la transizione verso un nuovo, possibile ordine globale.

In sottofondo, inoltre, al momento dello scoppio della Korean War il sistema internazionale stava iniziando a stabilizzarsi seguendo una struttura bipolare, con Stati Uniti e Unione Sovietica nei panni delle due potenze dominanti. Eravamo appena entrati nella Guerra Fredda che, almeno nella fase iniziale, risultava imprevedibile e pericolosa.

Oggi basta sostituire la Corea all’Ucraina e la Cina all’Urss, e lo scenario diventa pericolosamente simile. Quando la Russia ha scatenato la sua offensiva contro Kiev, infatti, da pochi anni era cominciata quella che molti hanno chiamato nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino, con l’ordine globale nel bel mezzo di un’altra transizione strutturale.

Possiamo quindi affermare, come ha fatto Foreign Policy, che in questa “seconda” Guerra Fredda il braccio di ferro tra Kiev e Mosca stia accelerando e consolidando il divario geopolitico tra gli Usa e i loro partner da un lato, e l’asse sino-russo e i loro partner dall’altro, proprio come fece a suo tempo la Guerra di Corea per la “prima” Guerra Fredda. Ecco perché la penisola coreana e l’Ucraina sono più vicine di quanto non si possa immaginare.

Bombardamento americano all’inizio della guerra

Suggerimenti sbagliati e funzionari anonimi

Altre somiglianze si notano ricordando le fasi fattuali e decisionali delle due guerre. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, Josif Stalin impedì lo scoppio di un conflitto nella penisola coreana per paura di una guerra totale contro l’Occidente. Il leader sovietico avrebbe cambiato idea quando il Kgb reclutò un anonimo sottufficiale dell’esercito americano dall’ambasciata Usa a Mosca, che spiegò come Washington avesse trasferito la maggior parte delle loro forze della regione in Giappone. A quel punto, secondo questa ricostruzione, Stalin pensò che gli Stati Uniti non si sarebbero mai mossi per difendere la Corea, e allora spinse l’allora presidente nordcoreano, Kim Il Sung, a lanciare la sua offensiva contro la Corea del Sud.

Non sarebbe andata così, proprio come lo scorso 24 febbraio potrebbe non esser andata come auspicava Vladimir Putin. Quando, infatti, il Cremlino ha dato il via all’ “operazione militare speciale” in Ucraina, pare che il presidente russo ritenesse, innanzitutto, pressoché impossibile assistere ad così intenso sostegno della Nato a Kiev, e poi ipotizzasse una facile caduta del governo ucraino. Si è trattato di un doppio errore di valutazione. Non sappiamo se figlio di semplici calcoli errati o del suggerimento di qualche funzionario anonimo come nel caso di Stalin.

Altro parallelo interessante: negli anni Cinquanta, la Cia aveva effettivamente notato che Pyongyang stava spostando il suo esercito verso il confine meridionale ma, pensando che si trattasse soltanto di una misura difensiva dei nordcoreani, riferì al segretario di Stato Usa, Dean Acheson, che un’invasione del Nord fosse improbabile. Improbabile come la recente offensiva russa, quando Mosca aveva ammassato le sue truppe lungo i confini settentrionali e orientali dell’Ucraina, ma le intelligence occidentali non vedevano pericoli all’orizzonte.

I B-26 Douglas dell’aeronautica statunitense

Supporto militare, alleanze e svolgimento del conflitto

In Ucraina, inizialmente la Russia era riuscita a mettere alle strette Kiev. Si pensava che nell’arco di pochi giorni Volodymyr Zelensky avrebbe alzato bandiera bianca e sarebbe fuggito all’estero. Grazie al fondamentale contributo della coalizione occidentale, Stati Uniti e Regno Unito in primis, l’esercito ucraino è invece riuscito a respingere la prima offensiva di Mosca e nell’autunno successivo a lanciare una serie di controffensive di successo.

Il citato contributo dell’Occidente è stato fondamentale, tanto per l’invio di armi ed equipaggiamento militare, quanto per l’addestramento dei soldati e condivisione di intelligence. In Corea, più di 40 Paesi consegnarono aiuti o spedirono le loro truppe a combattere al fianco di Seoul, per ricacciare verso Nord gli uomini di Kim Il Sung. La 8240th Army Unit dell’esercito americano e altri soldati con esperienza nella guerra partigiana della Seconda Guerra Mondiale formarono e fornirono inoltre suggerimenti ai partigiani locali in Corea su come combattere dietro le linee nemiche e sabotare i comunisti. Stando ad alcuni calcoli, l’unità 8240 avrebbe consigliato più di 38.000 combattenti coreani.

I nordcoreani potevano invece contare su mezzi militari e attrezzature sovietiche ma, almeno fino all’intervento diretto della Cina, non ottennero alcun aiuto sul campo da parte di Mosca e Pechino. La situazione cambiò con il procedere del conflitto. Il Nord prese possesso di Seoul ed era indirizzata a completare la riunificazione, se non che il decisivo ingresso in campo di Washington al fianco del Sud consentì ai sudcoreani di cambiare l’esito della guerra.

Guidata, di fatto, dal “generale ribelle” americano Douglas MacArthur, la coalizione a trazione statunitense penetrò come una lama nel burro nel territorio nordcoreano, fino ad avvicinarsi al confine cinese. MacArthur avrebbe potuto fermare la sua avanzata ma, dopo aver richiesto tra l’altro l’utilizzo dell’atomica – permesso negato da Washington, che non voleva ripetere quanto fatto in Giappone qualche anno prima – decise di azzardare, superando ogni linea rossa. A quel punto, preoccupati dalla possibilità di ritrovarsi una Corea americana, con truppe Usa a due passi dalla frontiera, Mao Zedong inviò centinaia di migliaia di soldati – ufficialmente volontari, si dice intorno ai 500mila – a sostegno di Kim Il Sung.

Le sorti del confronto cambiarono di nuovo e il Nord recuperò terreno cacciando indietro i nemici, fino, in pratica, ad arrivare all’equilibrio odierno. In Ucraina non è ancora accaduto niente di simile, e la speranza è che l’equilibrio possa essere raggiunto senza interventi esterni. La Russia sta incassando la controffensiva ucraina. Ma che cosa potrebbe accadere nel caso in cui Kiev dovesse riconquistare i territori perduti e la Crimea?

Un futuro congelato (o dimenticato)

L’ultima similitudine tra la guerra di Corea e la guerra in Ucraina riguarda i loro esiti. Il conflitto coreano è dimenticato, sepolto dalla storia, ma pur sempre vivo e vegeto. La stessa sorte potrebbe toccare a quello ucraino.

Prima, Kiev e Mosca devono però siglare un armistizio, con il patrocinio Usa, Nato e cinese. Ricordiamo che, durante la guerra di Corea, i colloqui diplomatici per giungere ad un congelamento del braccio di ferro durarono due anni e 17 giorni; un tempo così lungo, pare, per via del rimpatrio dei prigionieri di guerra, tema sul quale le parti in causa stentavano a trovare un’intesa.

Per il resto, nella guerra di Corea gli Stati Uniti sganciarono 635mila tonnellate di bombe convenzionali, più delle 503mila usate nel Pacifico nel corso di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Pyongyang fu travolta da fuoco e fiamme: caddero 200mila bombe, una per ogni abitante dell’epoca. Morì dal 12 al 15% della popolazione coreana.

Questo conflitto è poi svanito nel silenzio. I fortunati che hanno combattuto in Corea, e sono tornati sani e salvi a casa, non hanno mai partecipato a sfilate pubbliche o feste. Stanno adesso lentamente morendo, portando nelle loro tombe i ricordi di quella tragedia.