“Questa non è la nostra guerra”, dice Boris Pistorius, ministro della Difesa tedesco, negando che Berlino parteciperà con i propri militari alla scorta di navi nello Stretto di Hormuz; “nessuna missione navale può essere estesa fino a Hormuz”, gli fa eco il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che circa l’estensione dell’Operazione Aspides per la libertà di navigazione dal Mar Rosso a Hormuz nota di credere che “debbano essere rinforzate le missioni all’interno del Mar Rosso, cambiare la missione mi pare complicato”. E da Ottawa il più netto è Mark Carney: “il Canada non partecipa alle operazioni offensive di Israele e degli Stati Uniti. E non lo farà mai”.
Tre dichiarazioni che mostrano i distinguo dei più stretti alleati degli Usa circa la possibilità di sostenere l’amministrazione di Donald Trump e la sua proposta di una missione per aprire i traffici nella via d’acqua impraticabile per Washington e sostenitori dopo l’assalto all’Iran iniziato il 28 febbraio. L’azione israelo-americana inizia a far pagare il conto all’intera economia globale, e nonostante i proclami vittoriosi Trump è nel pallone. Washington si è infilata in un cul-de-sac e giorno dopo giorno le opzioni militari e politiche appaiono sempre più confuse.
“Trump non ha il potere di riaprire questo vitale passaggio marittimo dichiarando vittoria e dileguandosi”, nota il Financial Times, sottolineando che “l’Iran non deve affondare o ostacolare ogni petroliera che tenta di attraversarlo” e che “sa che il controllo dello Stretto di Hormuz gli conferisce una presa ferrea sull’economia mondiale”. Lo ha ben spiegato Edoardo Fontana parlando con InsideOver, mostrando come Teheran potrebbe operare deterrenza anche da terra per fermare i traffici navali.
Questo pone Washington e Tel Aviv sotto scacco, impossibilitati a raggiungere ogni obiettivo strategico: seppur colpito, malandato e dimidiato, il regime è ancora in piedi e sbandiera un’unità bellica; i traffici da Hormuz sono condizionati alla volontà iraniana; i lanci di missili e droni sono calati rispetto ai primi giorni ma sono ancora in corso; soprattutto, gli Stati Uniti dimostrano di aver bisogno dei partner per dividere il lavoro nella garanzia di sicurezza. Ed è una pesante rivincita europea, in prospettiva, il fatto di poter negare l’operatività a un’America spesso tronfia nei suoi confronti negli ultimi anni. In prospettiva, la scelta di non cedere agli strappi del tycoon e di non accodarsi alla guerra contro Teheran ha evitato al Vecchio Continente una pessima figura sul piano militare e diversi rischi. Basta consultare una mappa per capire quanto sia vero ciò che dice Robert Pape, politologo dell’Università di Chicago:
La geografia favorisce l’Iran in qualsiasi guerra per aprire Hormuz. Le rotte marittime sono così strette che petroliere e navi di scorta sono facili bersagli. Perfetto per i droni e le mine iraniane. Trump è intrappolato nella spirale dell’escalation: raddoppiare la posta in gioco non farebbe altro che peggiorare la situazione.
L’a-strategia americana crea le premesse per una situazione difficile da gestire. E una volta di più i colpi di testa di Trump hanno reso caotico, e non più governabile, il contesto globale. Mentre la guerra continua senza una via d’uscita, portando il Medio Oriente in un territorio inesplorato.
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