Hormuz: la false flag per impedire il summit di lunedì

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Lunedì i ministri degli Esteri dei Paesi arabi si incontreranno con una delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Ne avevamo scritto ieri con certa trepidazione, oggi la conferma ufficiale. Così il media pakistano Dawn: Funzionari iraniani e dei Paesi arabi del Golfo si incontreranno lunedì a Muscat, capitale dell’Oman, per firmare un accordo che istituirà una rotta marittima tra Iran e Oman attraverso lo Stretto di Hormuz, come confermato dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian e riportato da Al Jazeera”.

Così Pezeshkian in un’intervista: “Questa settimana, lunedì, i ministri degli esteri dei paesi arabi si incontreranno a Muscat per firmare un accordo che istituisce una rotta comune tra l’Oman e l’Iran nello Stretto di Hormuz e per notificare l’accordo all’Organizzazione marittima internazionale. Parteciperanno a questo incontro anche i Paesi i cui territori sono stati utilizzati dagli Stati Uniti per lanciare attacchi contro di noi”.

Un summit di rilevanza tettonica se si considera non solo la storia di anni di rivalità tra il cosiddetto blocco sunnita e l’Iran, ma soprattutto la conflittualità più recente, dall’aggressione contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti alla guerra di logoramento successiva. E se si considera l’oggetto del summit: la gestione dello Stretto di Hormuz da parte di Iran e Oman, che la presenza degli inviati degli altri Paesi arabi in qualche modo ratifica (o quantomeno non rigetta a priori).

Tutto ciò suona come una vera e propria sfida a Washington e Tel Aviv. Da qui l’azione di sabotaggio del vertice che si è concretizzata con il gravissimo attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest proveniente dall’Iraq, forse l’attacco più gravoso contro le risorse petrolifere di Riad da quando è iniziata la guerra contro l’Iran.

L’attacco proverrebbe dal territorio iracheno, almeno queste sono le accuse immediate, da cui la durissima reazione di Baghdad che, accreditando immediatamente, anche se non esplicitamente, la responsabilità dell’aggressione alle milizie irachene filo-iraniane, ha chiuso il confine con l’Iran e destituito il comandante delle forze armate della provincia di Maysan da cui sarebbe partito l’attacco, demandando a un Commissione d’inchiesta l’accertamento puntuale dei fatti.

Al di là di chi abbia premuto il grilletto, è alquanto ovvio che chi ha pianificato questo attacco, demandandone la realizzazione a esecutori fidati, lo ha fatto per porre criticità al summit di lunedì e possibilmente farlo saltare, dal momento che sarebbe – ora il condizionale è d’obbligo – un grande successo geopolitico per l’Iran e un segnale forte riguardo le possibilità di un riposizionamento dei Paesi arabi.

L’attacco contro Riad richiama quanto avvenuto a fine luglio quando un altro drone di provenienza irachena colpì un oleodotto dell’Arabia Saudita facendo saltare un altro summit, meno importante ma non per questo trascurabile: quello tra il primo ministro iracheno Ali al Zaidi, reduce da un viaggio a Teheran, e il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman.

A differenza di allora, però, stavolta i sauditi non hanno lanciato un attacco di rappresaglia, che allora fu condotto con l’ausilio statunitense, concordando con le autorità irachene che siano esse a indagare, punire e prevenire ulteriori attacchi del genere. Una decisione saggia che evita ulteriori escalation e potrebbe permettere che il summit annunciato da Teheran si tenga, anche se le speranze, mentre scriviamo, sono scarse.

Nel summit, peraltro, si dovrebbe dialogare anche del conflitto che imperversa in Yemen, dove le forze Houti hanno inferto un durissimo colpo alle fazioni yemenite sostenute dall’Arabia Saudita e dagli Emirati arabi. Infatti, oltre a prendere il controllo della zona costiera su cui insiste il porto strategico di Mocha, hanno catturato centinaia di militari delle forze avverse e sequestrato un gran quantitativo di armamenti a esse inviate dai loro sponsor.

Mentre rimandiamo al sito al Manar per ulteriori dettagli sulla campagna lampo degli Houti, va sottolineato che questi, pur avendo conquistato il porto che, insieme alle isole antistanti, controlla il cruciale Stretto di Bab el-Mandeb, hanno rassicurato sul fatto che non chiuderanno la cruciale arteria marittima al traffico internazionale, ma solo alle navi saudite (e israeliane).

Tale stretta sulle navi saudite, che si è solo incrementata con gli ultimi sviluppi ma che dura da tempo, sta mettendo in gravissima difficoltà gli scambi commerciali di Riad, abbattendone i ricavi provenienti dalla vendita del petrolio.

Scopo di tale blocco è quello di costringere l’Arabia Saudita a recedere dal blocco imposto, con il supporto internazionale, da anni allo Yemen, che sta strangolando una delle nazioni più povere del mondo. Così Oxfam nel febbraio del 2026: “Lo Yemen continua ad affrontare una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Milioni di persone vivono strette tra povertà, fame, malattie e continui spostamenti forzati”.

L’Iran si è proposto di mediare, chiedendo però che la richiesta degli Houti sulla remissione dell’embargo contro lo Yemen venga accolta. Lunedì potrebbe essere un’occasione per compiere un passo più o meno decisivo per risolvere questo conflitto, data l’influenza di Teheran sugli Houti. Una possibilità per la pace. Sempre che il summit si tenga e che non sia funestato da altri incidenti di percorso.