Skip to content
Guerra

Hormuz e Bab el Mandeb: la teoria dell’inaccettabilità del rischio

La situazione lungo lo Stretto di Bab el-Mandeb ci suggerisce l'inaccettabilità del rischio per il passaggio da Hormuz anche sotto scorta.

Lo scoppio dell’attuale conflitto nel Golfo Persico ha provocato quasi istantaneamente la sospensione delle spedizioni di idrocarburi attraverso lo Stretto di Hormuz, ancora prima che il Corpo delle Guardie delle Rivoluzione Islamica (IRGC – Islamic Revolutionary Guard Corps) effettuasse attacchi contro il traffico delle petroliere nelle vicinanze di quel collo di bottiglia marittimo.

Alcune compagnie petrolifere operanti nella regione da cui transita circa il 31% del greggio mondiale (diretto verso i mercati asiatici per l’84%) hanno deciso, nelle prime ore dell’attacco israelo-statunitense, di sospendere volontariamente le spedizioni di petrolio. Gli sporadici attacchi dell’IRGC (meglio noti come pasdaran) ad alcune navi in transito, non hanno fatto altro che prolungare questa decisione e inasprire i timori di produttori e compagnie di navigazione che operano nel settore oil&gas. Come risultato, lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso al passaggio delle maggior parte delle petroliere, sebbene nelle ultime 24 ore almeno una di esse – la “Karachi” di classe Aframax da circa 100mila tonnellate di carico – operante per conto degli Emirati Arabi Uniti, sia riuscita a doppiarlo e a procedere verso l’Oceano Indiano.

Lo stop al traffico di greggio attraverso Hormuz ha determinato l’immediato rialzo dei prezzi del barile, col WTI arrivato al picco di 98 dollari il 13 marzo e il BRENT che nella giornata del 16 ha toccato i 102 dollari. Ovviamente, ci sono state le solite ripercussioni speculatorie con gli aumenti dei prezzi della benzina, anch’essi pressoché immediati.

Guardando a un altro mare che è attraversato da fondamentali linee di navigazione e al centro di una crisi che si protrae ormai dal 2023, il volume del traffico navale commerciale attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb è ancora dimezzato nonostante gli Houthi – ribelli yemeniti sostenuti militarmente dall’Iran – stiano rispettando la tregua autoimposta a ottobre 2025, che ha fatto cessare ogni tipo di attacco al naviglio in transito, ancora attualmente sotto scorta. La missione di protezione al traffico mercantile nel Mar Rosso dell’Unione Europea (Aspides) ancora in esercizio, dopo che quella a guida statunitense (Prosperity Guardian), a connotazione offensiva, è terminata a maggio 2025, non ha sortito l’effetto di riportare i flussi commerciali passanti per Bab el-Mandeb ai livelli pre-crisi: sino a dicembre 2023 lo Stretto era attraversato da circa 3,5 milioni di tonnellate di merce alla settimana, mentre ora, nonostante la cessazione degli attacchi, questo valore è pari a 1,2 milioni di tonnellate. Sostanzialmente, il traffico navale è ancora dimezzato.

Tonnellate di merci passanti per Bab el-Mandeb ogni settimana

Dall’inizio degli attacchi degli Houthi, nel giro di tre mesi le tariffe di trasporto merci da Shanghai a Rotterdam per un singolo container da 40 piedi erano aumentate del 383,5%, passando da 1.024 a 4.951 dollari. Analogamente, le tariffe da Shanghai a Genova erano lievitate del 358,5%, da 1.370 a 6.282 dollari. Ancora oggi, i costi non sono scesi, con la tariffa per un singolo container sulla rotta Shangai-Rotterdam che parte dai 2mila dollari, mentre per quella Shanghai-Genova il prezzo è ancora pari a 3.120 dollari. I costi di spedizione, comprensivi di assicurazione, sono ancora doppi per via del maggiore passaggio lungo la rotta che passa per il Capo di Buona Speranza.

Tornando allo Stretto di Hormuz e all’attuale conflitto, gli Stati Uniti hanno più volte ventilato l’ipotesi di effettuare un servizio di scorta al naviglio in transito per riaprire stabilmente quella via d’acqua, chiedendo – anche perentoriamente – l’aiuto degli alleati della NATO per questo scopo. Attualmente, nessuno dei Paesi europei prevede di pianificare una missione in tal senso, e la stessa U.S. Navy ha riferito di non essere pronta per un’eventualità del genere. La Francia, per voce del ministro della Difesa Catherine Vautrin, ha riferito che non intende inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz finché il conflitto continua a intensificarsi, aprendo però alla possibilità che nasca una missione congiunta europea “puramente difensiva” quando la guerra entrerà in una fase di minore intensità. Giappone e Australia hanno invece nettamente rifiutato per motivazioni diverse e riconducibili alla scarsità di risorse militari da impiegare. Il Regno Unito ha riferito di stare lavorando con gli alleati in tal senso, ma che una decisione non è ancora in vista.

La scorta al naviglio sarebbe sufficiente per ristabilire la calma nell’economia mondiale? Crediamo di no.

Anche qualora le compagnie petrolifere e di navigazione decidessero di riprendere la spedizione del greggio attraverso lo Stretto, in uno scenario simile a quanto osservato negli anni Ottanta durante il conflitto Iran-Iraq, il rischio sarebbe comunque inaccettabile, indipendentemente dalla minaccia portata e dal meccanismo di difesa. Quanto osservato nel Mar Rosso, coi transiti per lo Stretto di Bab el-Mandeb ancora dimezzati nonostante i mesi di tregua, dimostra come sia sufficiente il sospetto di una possibile azione offensiva per sconsigliare di assumersi il rischio del passaggio, anche sotto scorta. L’Iran e i pasdaran, in queste settimane di guerra, hanno dimostrato la volontà di colpire il naviglio in avvicinamento a Hormuz, e sebbene i danni siano stati piuttosto limitati, e gli eventi tutto considerato sporadici, quanto accaduto è stato sufficiente per fermare il traffico navale.

Teheran ha paventato anche la posa di mine nelle acque dello Stretto, e ancora una volta è sufficiente la possibilità che possa accadere per imporre un rischio inaccettabile stante lo status quo di un conflitto in corso. L’Iran, da questo punto di vista, non deve per forza disporre un campo minato esteso per bloccare quella via d’acqua: ancora una volta basta il sospetto che ci sia una manciata di mine. Di più. Basta il sospetto che possa farlo, soprattutto se rapidamente.

L’Iran di oggi non è più l’Iran degli anni Ottanta male armato e poco equipaggiato: da allora i pasdaran hanno investito tempo e risorse per avere capacità di sea denial nel Golfo Persico e lungo lo Stretto di Hormuz, quindi una missione di scorta ai convogli, come ha riferito anche la stessa marina statunitense, è prematura stante l’attuale punto del conflitto, e se messa in atto ora potrebbe rivelarsi disastrosa. Pertanto è plausibile che gli Stati Uniti cerchino di chiudere questa guerra nel più breve tempo possibile per contenere quanto più possibile lo shock dell’economia globale, per poi disimpegnare le loro forze (c’è sempre l’Indo-Pacifico a cui pensare) e affidare la sicurezza del passaggio attraverso Hormuz a una missione Europea che potrebbe essere un’estensione di Aspides/Atalanta qualora dovesse essere presa in carico dall’UE, ma Bruxelles rimane scettica riguardo questa possibilità, con Berlino a capeggiare il fronte del no insieme a Roma, Parigi ed Atene.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.