Hormuz aperto per Cina e India, chiuso per gli Usa: lo mossa dell’Iran e uno scacco per Trump

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Un’operazione di guerra economica e informativa volta ad alleggerire la pressione in una sfida esistenziale: l’Iran non ha chiuso definitivamente lo Stretto di Hormuz, ma lo ha fatto selettivamente nel corso degli attacchi di Stati Uniti e Israele. Il risultato? Per ora, uno scacco strategico per Tel Aviv e, soprattutto, Washington. Gli Usa possono colpire e danneggiare pesantemente il naviglio iraniano ma ad oggi non hanno alcun piano per aprire la stretta via d’acqua che separa Iran e Emirati Arabi Uniti e rappresenta una giugulare decisiva per i flussi energetici globali.

L’Iran controlla ancora Hormuz

Giovedì 12 marzo il Segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha ammesso che le forze armate Usa “non sono ancora pronte” a scortare le navi nello stretto di Hormuz. Parole che mostrano un’evoluzione strutturata del conflitto in un senso inatteso dagli Usa.

Come mostrato nell’analisi seguente da Edoardo Fontana, esperto di questioni militari e strategiche, Teheran non ha solo le capacità balistiche a disposizione per interdire a piacimento il traffico navale nello Stretto di Hormuz, da cui passa un quarto del gas naturale liquefatto e un quinto del petrolio scambiati nel mondo ogni giorno. Ad oggi, Hormuz sarebbe una trappola rischiosa per la flotta del Comando Centrale degli Stati Uniti, peraltro guidato da un ammiraglio, Brad Cooper, che si guarda bene dal far avventurare le sue navi sotto costa.

Il cortocircuito di Trump

Questo va nella direzione opposta a quanto detto dal presidente Usa Donald Trump circa la possibilità di colpire duramente l’Iran se avesse deciso di minare Hormuz. Teheran mantiene, almeno finché la campagna aerea di Usa e Israele non smantellerà le capacità dello Stato centroasiatico, la possibilità di esercitare deterrenza e, dunque, di avere una leva negoziale.

Hormuz resta aperto alle condizioni dettate dall’Iran, e questo è un fatto ineludibile, un messaggio lanciato a partner, rivali e amici della Repubblica Islamica, e anche ai Paesi esportatori di petrolio e Gnl bersagliati da Teheran dopo l’assalto israelo-americano. Alcuni esempi? L’India ha negoziato il passaggio di una prima nave portante greggio verso il subcontinente e sta cercando di ottenere l’assenso per altre 20. Lo stesso ha fatto il Bangladesh per petroliere e carichi di Gnl, come a testimonianza del fatto che da Teheran sarà obbligatorio passare per avere un assenso al transito e che l’Iran, non la coalizione Usa-Israele, controlla il passaggio da cui dipendono inoltre le forniture alimentari dei Paesi del Golfo coinvolti nella crisi.

L’Iran è sotto assedio ma vende più petrolio di prima

Si arriva al paradosso che mentre l’Iran è sotto attacco, mentre la guerra si regionalizza, mentre bruciano le raffinerie in Bahrain e chiudono gli impianti di produzione del Gnl in Qatar, dopo che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha autorizzato diversi Paesi a rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle loro riserve strategiche per calmierare i prezzi e con i prezzi del greggio oltre i 100 dollari al barile, Teheran esporta più greggio di prima della guerra. Dopo aver toccato i 2 milioni di barili al giorno in media a gennaio, record da 14 mesi, le esportazioni dell’Iran hanno toccato da inizio marzo i 2,1 milioni di barili stando ai dati Kpler rielaborati dal Wall Street Journal.

Dal 28 febbraio all’11 marzo questo ha consentito a 13,7 milioni di barili di lasciare via mare l’Iran. E anche se il Paese in questione è rimasto silente sul tema, è difficile non indicare nella Cina la destinataria ultima di queste forniture.

“Pechino ha formalizzato questa relazione nel 2021 con un accordo di cooperazione di 25 anni da 400 miliardi di dollari, garantendo una fornitura di petrolio iraniano scontata in cambio di investimenti nei settori energetico, bancario e infrastrutturale dell’Iran”, nota Kharon, che ricorda inoltre come il 50% delle entrate del greggio sia gestito in Iran direttamente dai Pasdaran, finanziando dunque l’apparato di sicurezza della Repubblica Islamica.

Il flop strategico degli Usa

Plausibile, dunque, che in primo luogo la presenza di linee di rifornimento iraniane dirette alla Cina interdica la possibilità di operazioni militari Usa ad Hormuz e, in secondo luogo, come scrivevamo, che questo riduca la spinta americana a colpire i decisivi terminal dell’Isola di Kharg. Teheran conosce bene, terzo punto, i funzionamenti dei mercati globali e mantiene Hormuz semichiusa, godendo dell’arbitraggio tra i guadagni da export verso partner ritenuti affidabili e non ostile e garantendo quel gradiente d’incertezza necessario a mantenere alti i prezzi energetici, far pagare al sistema di alleanze degli Usa e alla stessa Washington il prezzo della guerra e accettare fino in fondo la battaglia d’attrito.

Infine, si constata come il flop strategico americano sia qui palese: era imprevedibile per gli Usa pensare a un blocco prolungato di Hormuz non risolvibile? Era così impossibile mettere in conto una weaponization dei diritti di transito tale da mirare allo strangolamento dei traffici diretti a Usa ed Israele in forma selettiva? Ed era così remota l’ipotesi che Teheran avrebbe fatto di geografia e deterrenza la chiave per non mostrarsi isolato di fronte al resto del mondo? Difficile rispondere affermativamente a queste tre domande, a cui gli strateghi alleati evidentemente non hanno pensato. A testimonianza dell’insipienza che anima una strategia bellica capace di portare gli alleati, e Washington in particolare, in un cul-de-sac geopolitico.