Le incognite restano moltissime. Le settimane centrali di agosto hanno mostrato che la spinta dei manifestanti che sfilano per le vie di Hong Kong non è ancora finita. Le incursioni mordi e fuggi come i due giorni che hanno mandato in tilt l’aeroporto, sono la dimostrazione che tutto può ancora succedere. Oltre che sulle strade del porto profumato, lo sguardo è posato anche più a nord, a Pechino, coi timori, spesso infondati o fuorvianti, sulla possibilità che la Repubblica popolare possa schiacciare le proteste come fece nel giugno dell’89 in piazza Tienanmen.

Al momento non è chiaro per quanto le proteste andranno avanti, se, con l’inizio dell’anno scolastico, si affievoliranno, o se diventeranno ancora più radicali. Ma soprattutto non è chiaro se l’esercito cinese interverrà per sedare in modo definitivo le rivolte. C’è chi dice che un’eventuale svolta potrebbe arrivare dopo il 1 ottobre, giorno in cui si festeggia la Giornata nazionale della Repubblica Popolare Cinese. Restano incerte anche le modalità di intervento. Nelle scorse settimane Pechino ha fatto circolare due video, con sinistri messaggi. Il primo, datato 31 luglio, ha mostrato la guarnigione dell’Esercito Popolare di Liberazione marciare in una zona di Hong Kong in assetto anti sommossa con una voce fuoricampo che in cantonese (la lunga più parlata in città) ammoniva: “Tutte le conseguenze sono a vostro rischio e pericolo”. A metà a agosto è stato invece il turno della People’s Armed Police (Pap), la polizia del popolo: che ha marciato per le vie di Shenzhen, la città nella provincia del Guangdong poco lontana da Hong Kong. E proprio qui i problemi per i manifestanti potrebbero aumentare.

I ragazzi che sfilano per le vie del Porto profumato dovrebbero infatti essere preoccupato non tanto per la guarnigione di circa 8-9 mila soldati che risiede in città ma per il possibile intervento delle Pap. Negli ultimi 15-20 anni, infatti, l’esercito popolare non è mai intervenuto in scenari interni, il lavoro repressivo è stata una prerogativa esclusiva della polizia del popolo.

La lunga scia di repressione interna

Gli agenti della Pap, che fondamentalmente si tratta di una milizia paramilitare, hanno condotto gran parte del lavoro sporco nei quattro angoli della Cina per sedare e bloccare focolai di proteste e mettere a tacere i dissidenti. Non a caso il corpo, che svolge anche funzioni di anti-terrorismo, è impegnato attivamente in Xinjiang e Tibet le due regioni che più di tutte hanno mostrato segni di ribellione contro il governo di Pechino e che per questo sono tra le più represse.

Nella regione a maggioranza musulmana il pugno della polizia si è fatto sentire in maniera pesante. Circa 10 anni fa, a partire dalle violente proteste figure del 2009, la Pap ha calato la sua mano creando un vero e proprio stato di polizia. Poco meno di un anno fa, inchieste della stampa internazionale e rapporti delle Nazioni Unite hanno messo in luce un complesso sistema di campi detentivi in tutta la regione con oltre un milione di persone recluse. Discorso analogo con la repressione sul “Tetto del mondo” quando la polizia sedò le proteste locali nel marzo del 2008. 

La Pap non ha però mostrato il pungo di ferro solo nelle regioni “ribelli” ha agito con violenza anche in altri scenari. A partire dal 2000 ha sedato in modo brutale proteste in tutto il Paese. Nel 2005 ha stroncato le manifestazioni nel villaggio di Dongzhou uccidendo una ventina di agricoltori che erano scesi in piazza contro la costruzione di una centrale elettrica. Nel 2011 ha stroncato quelle di Wukan, sempre nel Guangdong.

Un “mini” esercito da oltre un milione di uomini

Secondo le ultime stime la polizia del popolo è composta da circa un milione e mezzo di uomini in tutto il Paese. La centralità nell’architettura del controllo disegnata dal regime è dimostrata anche dall’ultima riorganizzazione interna delle forze armate. Nel 2018, infatti, la Pap è stata portata sotto il controllo della Central Military Commission, un organo presente sia all’interno del partito comunista cinese, che nell’organizzazione statale. In precedenza la polizia del popolo era nell’orbita del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, cioè del governo. Questo avvicinamento all’esercito ha di fatto creato un braccio armato parallelo. La Pap possiede infatti non solo proprie strutture ma anche propria artiglieria, elicotteri, forze speciali e addirittura droni. Persino la Guardia costiera è finita sotto il controllo della Pap, come hanno dimostrato le operazioni sempre più aggressive in quadranti delicati come il Mar Cinese Meridionale.

La riorganizzazione nel 2018 ha accresciuto il potere della Pap sottraendola il controllo di organi civili e rendendola sempre più simile a una milizia, con lo spostamento di compiti legati al controllo delle foreste, all’antincendio o al controllo delle frontiere ad altri reparti. Ufficialmente la mossa dovrebbe prevenire l’uso della forza pubblica da parte di amministratori locali, ma di fatto pone la polizia nelle mani di Xi Jinping, che presiede la Central Military Commission.

 

L’eventuale azioni militare

Come detto le variabili in gioco sono molteplici. Ancora non è chiaro se Pechino sia disposta ad andare oltre le normali minacce portando i “boots on the ground” per le vie di Hong Kong. Quello che è certo è che nel caso di un’operazione di forza sarebbe la Pap ad entrare in azione. Intanto i timori dei manifestanti non riguardano solo il possibile intervento massiccio, ma l’infiltrazione di personale della mainland cinese nella forza di polizia della città. Sui social e i canali Telegram dei manifestanti circolano sempre più spesso video di agenti senza codici identificativi e che sembrano incapaci di comprendere il cantonese, un segno evidente, sostegno, che gli agenti arrivano dalla Cina. Recentemente in un incontro con alcuni giornalisti la polizia ha smentito questa ipotesi, spiegando che al momento non esistono nemmeno protocolli per un eventuale collaborazione con gli agenti di Pechino.

Verso l’assimilazione della polizia

Agitare lo spettro di Tienanmen rischia di distogliere lo sguardo da altri fenomeni che stanno avvenendo intorno al complesso rapporto tra Cina e Hong Kong. Pechino da oltre vent’anni sta lavorando a una complessa assimilazione della città all’interno del Paese. Questa assimilazione, che ormai è andata a toccare le corde che hanno fatto scattare i manifestanti della città, pervade tutti gli ambiti della società, e in questo senso la polizia non fa eccezione. Paradossalmente per Pechino risulta essere più semplice, meno mediatamente difficile da giustificare, il processo di trasformazione della polizia honkongese in un gemello più piccolo e snello della Pap che schierarla direttamente. Non a caso una delle rivendicazioni dei manifestanti è l’apertura di un’inchiesta sulle violenze della polizia, richiesta che però rischia di rimanere lettera morta.