A Hong Kong la corda si sta per spezzare. Ieri, 5 agosto, nell’ex colonia britannica è andato in scena uno sciopero generale che ha paralizzato l’intera città. Gli attivisti a favore della democrazia sono tornati nelle strade, questa volta bloccando i trasporti e scatenando il caos. Non sono mancati i consueti scontri con la polizia; alla fine della giornata le forze dell’ordine hanno arrestato 82 persone, per un totale di 500 fermi complessivi effettuati dal 9 giugno scorso. A differenza delle precedenti ondate di protesta, questa volta i manifestanti si sono scagliati a più riprese contro i civili che cercavano di aggirare lo sciopero, aggiungendo ulteriori tensioni a una situazione ormai portata al limite. Data la gravità degli atti, la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, è tornata a parlare alla stampa bollando le proteste come “molto pericolose” e sottolineando come i manifestanti abbiano “minato seriamente la legge e l’ordine di Hong Kong” e stiano “distruggendo la città”.

Il messaggio di Pechino

I riflettori sono puntati sulla Cina. Interverrà? Non interverrà? Pazienterà? Difficile prevedere le mosse di Pechino, anche se il governo cinese, per mezzo del portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Hong Kong e Macao presso il Consiglio di Stato (Hkmao), Yang Guang, è tornato a parlare apertamente della vicenda in una rara conferenza stampa, la seconda tenuta dell’Hkmao dal 1997 a oggi. La Cina ha invitato i manifestanti pro democrazia a non sottovalutare “l’immensa forza del governo centrale”, ma soprattutto ha chiarito che “chi gioca con il fuoco, perisce nelle fiamme”. Un gioco di parole, questo, che lascia intendere la reale possibilità che Pechino possa usare la forza per placare le proteste, ormai violente e fuori controllo. La situazione politica di Hong Kong, intanto, sta danneggiando anche l’economia della città; ieri otto linee della metropolitana hanno smesso di funzionare e ben 250 voli sono stati cancellati.

Il senso smarrito della protesta

Il fronte dei manifestanti continua a protestare compatto, anche se non si capisce più quale sia il senso della protesta e chi siano i bersagli dei dimostranti. Uno degli attivisti più famosi, Joshua Wong, ha scritto su Twitter che “l’estate del malcontento continuerà” e che “le richieste di democrazia non finiranno mai con la repressione dei diritti umani”. Il messaggio è chiaro: le proteste continueranno. Ma a che scopo? In un primo momento i manifestanti si erano scagliati contro la legge sull’estradizione in Cina e le proteste, pacifiche, avevano spinto il governo locale a congelare il disegno legislativo. La mossa di Carrie Lam, tuttavia, non è bastata a placare gli animi perché, nonostante la vittoria ottenuta, gli attivisti pro democrazia hanno continuato a protestare, diventando sempre più violenti e arrivando persino ad assaltare edifici governativi. Adesso la folla di facinorosi, una folla senza volto e senza leader, impugna richieste vaghe: le dimissioni di Lam, l’indipendenza dalla Cina, la liberazione dei cittadini arrestati durante le proteste.

I prodromi di una guerra civile

I manifestanti hanno commesso un grande errore sfidando apertamente Pechino. Avrebbero dovuto invece fermarsi dopo il congelamento della legge sull’estradizione e chiedere al governo locale di sedersi a un tavolo per affrontare un tema ben più impellente che non l’indipendenza dalla Cina: rivedere l’economia della città, dove la situazione abitativa è diventata insostenibile e dove molte persone vivono con uno stipendio bassissimo. Così non è stato fatto e oggi, a Hong Kong, le proteste stanno dando vita a una vera e propria guerra civile: un tutti contro tutti inutile quanto pericoloso. Per le strade della città non ci sono più solo i manifestanti pro democrazia e le forze dell’ordine; i dimostranti iniziano a prendersela contro cittadini inermi, e i supporter del governo cinese non vogliono essere da meno. In mezzo l’ombra delle triadi mafiose. Ristabilire l’ordine a Hong Kong, giunti a questo punto, sarà davvero complicato.

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