(Homs) La Piazza dell’orologio è un’istituzione tipica di tante città del Medio Oriente. Qui a Homs lo è molto più che altrove, nonostante si tratti di un piazzalone qualunque con un orologione qualunque, perché la si considera la culla della rivolta contro Bashar al-Assad.

Le proteste cominciarono nel Sud, è vero. Ma la rivolta, appunto, partì qui, nell’aprile del 2011, quando migliaia di persone si radunarono per contestare il governo. Seguì quel che sappiamo. La città fu in larga parte occupata da milizie armate, l’esercito reagì da par suo, morirono molti civili, nel 2015 l’Onu fece da mediatore per un accordo che portò all’uscita dalla città degli ultimi gruppi di miliziani, asserragliati nel quartiere di Al Wair.

In questi anni, comunque, la città è stata ben lungi dall’essere pacificata. La tensione è rimasta alta, le sparatorie non sono mancate, certi tizzoni sono ancora ardenti. E le conseguenze si faranno sentire a lungo.

Per le famose manifestazioni “pro democrazia” del 2011, per esempio, esisteva un preciso tariffario. 500 lire siriane (allora pari a un dollaro) per il ragazzo che andasse alla manifestazione limitandosi a sfilare con gli altri, a fare massa. 5mila lire (dieci dollari) per colui che fosse disposto a sfilare bruciando una bandiera o un’immagine di Assad. Ancor più lire per chi fosse disposto a tirare sassi o molotov.

“E nelle manifestazioni, fin dai primi giorni, in fondo ai cortei c’erano sempre uomini armati che controllavano tutto”. Sono particolari che ci racconta una personalità religiosa di Homs, che devo tenere anonima per ragioni di sicurezza. Posso mettere la mano sul fuoco sulla sua buona fede. E quanto racconta su quei giorni di sette anni fa si proietta sull’oggi e sul domani. Perché le manifestazioni furono filmate e i ragazzi, che della politica magari se ne fregavano ma in quel modo si guadagnavano soldi che altrimenti non avrebbero mai visto, sono finiti in galera. Chi prima e chi dopo, ma stanno quasi tutti in cella. E in cella stanno pure moltissime donne che a suo tempo furono costrette a partecipare alle attività dei mariti rivoltosi.

Le prigioni scoppiano e le organizzazioni che lavorano nelle carceri devono occuparsi dell’assistenza umanitaria e anche di quella psicologica. Questa però a doppio senso: spesso i “carnefici” di oggi (o i loro parenti) sono stati le vittime di ieri e la riconciliazione, dopo questi anni terribili di una guerra non ancora finita, è più complicata che mai. Per le stesse ragioni, Homs conosce oggi un fenomeno che conosceva ben poco prima: la prostituzione. Tra uomini uccisi, arruolati, scappati, detenuti o latitanti, c’è un mare di famiglie sfasciate e di donne sole e disperate. E poiché famiglia qui vuol dire tanti figli, e il governo ora ha troppe cose da fare e pochissime risorse per le emergenze sociali, si sviluppa pure un perverso sfruttamento sessuale di ragazzi e, in qualche caso, di bambini. Le rovine della guerra non sono solo quelle che si vedono in strada.

Articolo di Fulvio Scaglione