Hebron, la città-prigione simbolo delle violenze di Israele

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Hebron, un crogiolo di culture, oggi è un museo della sofferenza. La Cisgiordania, palcoscenico di un dramma che si protrae da decenni, ha in Hebron il suo fulcro. Qui, l’occupazione israeliana ha dato vita ad una linea di demarcazione infrangibile, separando un popolo dalla sua storia e dalla sua terra. Un rapporto di B’Tselem, pubblicato nel dicembre 2024, documenta in modo dettagliato gli abusi sistematici perpetrati dalle forze israeliane contro i palestinesi, trasformando Hebron in una città-prigione. Una concatenazione sistematica di violenze, umiliazioni e restrizioni, un disegno preciso per instaurare un regime di apartheid che reprime ogni tentativo di emancipazione e consolida il dominio militare. 

Fino all’inizio del 1997, Israele controllava interamente Hebron, imponendo una presenza militare soffocante su tutta la città. Il 17 gennaio dello stesso anno, il Protocollo di Hebron fu firmato dopo una serie di negoziati tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il leader dell’OLP Yasser Arafat, supervisionati dal segretario di Stato americano Warren Christopher. I colloqui, avviati il 7 gennaio, culminarono dieci giorni dopo, portando a una divisione della città in due zone distinte: H1, posta sotto l’amministrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, e H2, mantenuta sotto il controllo militare israeliano. H2, che include il centro storico, ospita circa 35.000 palestinesi che vivono accanto a 900 coloni israeliani, protetti da oltre mille soldati. Questa divisione non ha alleviato le tensioni ma ha acuito le ingiustizie, la vita in H2 è caratterizzata da checkpoint, incursioni notturne e restrizioni di movimento, che innescano una costante atmosfera di paura e oppressione. Hebron è diventata l’immagine stessa dell’occupazione israeliana, un luogo dove i diritti palestinesi sono costantemente violati.

Il rapporto di B’Tselem, focalizzato sulla città meridionale della Cisgiordania, dà voce a 25 palestinesi che tra maggio e agosto dello scorso anno hanno subito violenze da parte delle forze israeliane.  Le storie narrano di percosse, torture psicologiche, abusi sessuali e pubbliche umiliazioni, atti spesso compiuti senza giustificazione e che sono il frutto di una strategia studiata per distruggere il tessuto sociale e morale della popolazione locale. Ad Hebron, la vita si consuma in una quotidianità avvelenata dall’occupazione.

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, un uomo semplice che ogni mattina percorreva la stessa strada per recarsi al lavoro, fermato da un soldato che gli ha puntato un fucile contro, gridandogli di fermarsi, si è ritrovato improvvisamente proiettato in un incubo. Nonostante avesse obbedito, è stato spinto a terra, immobilizzato e picchiato. “Cercavo di spiegargli che stavo andando al lavoro e che non rappresentavo una minaccia, ma lui non ascoltava. Mi ha gettato a terra e si è inginocchiato sul mio petto, facendomi quasi soffocare. Ho gridato per il dolore, ma questo sembrava solo infuriarlo di più”. L’episodio non è che una pratica comune, spesso motivata con pretesti futili. La paura di essere fermati, picchiati o addirittura uccisi è diventata parte integrante della vita per molti palestinesi.

Halah Rajabi, madre di nove figli, ha visto la sua casa invasa da soldati durante la notte. I militari hanno afferrato i suoi due figli adolescenti, Muhammad e Amir, picchiandoli brutalmente. “Ho sentito i miei bambini urlare dall’altra parte della porta chiusa a chiave. Non potevo fare nulla, solo pregare che non li uccidessero. Quando finalmente li ho visti, Muhammad era disteso a terra, privo di sensi. Ho pensato che fosse morto”. Halah non dimenticherà mai quella notte. La notte in cui la sua casa è stata profanata e i suoi figli torturati, ma questo tipo di violenza non è raro, molte famiglie palestinesi hanno sperimentato intrusioni simili, spesso accompagnate da distruzione di proprietà e umiliazioni pubbliche. 

In un altro caso, Muhammad Abu Ramileh, un giovane di 20 anni, è stato sequestrato mentre beveva un caffè con amici nel cortile di casa. I soldati lo hanno portato a un posto di osservazione militare, costringendolo a camminare con le mani legate e puntandogli un fucile alla schiena. Durante l’interrogatorio, è stato picchiato e umiliato. “Mi hanno costretto a ripetere insulti contro di me e la mia famiglia. Ogni volta che esitavo, mi colpivano più forte”. A Hebron, anche un momento di convivialità come un caffè può diventare un pretesto per infliggere sofferenze indicibili, come è accaduto a Muhammad e a molti altri palestinesi.

 I soldati spesso sequestrano i telefoni delle vittime per cercare pretesti con cui giustificare i loro atti. Una foto, un messaggio o un semplice aggiornamento sulla situazione a Gaza possono diventare motivi di punizione. “Mi hanno costretto a sbloccare il telefono”, racconta Mu’tasem Da’na, “hanno trovato una foto legata al conflitto e hanno iniziato a urlare insulti. Poi mi hanno portato in una stanza, dove hanno messo musica ad alto volume mentre mi picchiavano”. In molti casi, gli abusi sono stati immortalati su video, come fossero trofei da esibire. I soldati, armati di smartphone, hanno trasformato la violenza in spettacolo, condividendo le loro gesta sui social network. La vittima, umiliata e denudata della sua dignità, trasformata in un oggetto da deridere, un meme da condividere. La videocamera diventava un prolungamento del loro sadismo, un mezzo per esercitare un dominio assoluto.

Le conseguenze di questi abusi sono devastanti. Molte vittime soffrono di traumi psicologici profondi, tra cui incubi ricorrenti, ansia e un costante senso di insicurezza. Famiglie intere vivono nella paura, consapevoli che la violenza potrebbe colpirle di nuovo in qualsiasi momento. Per i bambini, in particolare, ogni sorriso rubato, diventa un mattone che costruisce un muro impenetrabile attorno ai loro cuori, un muro che li separa dalla fiducia, dalla gioia, dalla speranza. Testimoni innocenti di atrocità, porteranno per sempre il peso di un’esperienza che li ha segnati indelebilmente, condizionando le loro scelte e la loro intera esistenza. Tra questi, Muhammad ‘Abd al-Hafiz Rajabi, un ragazzo di 14 anni, picchiato fino a perdere i sensi davanti alla sua famiglia. “Da allora non riesco a dormire. Ogni volta che sento un rumore, penso che i soldati stiano tornando”.

Hebron è anche un laboratorio per tecnologie di sorveglianza avanzate, che includono sistemi di riconoscimento facciale e monitoraggio digitale. Questi strumenti sono utilizzati per intensificare il controllo e limitare ulteriormente la libertà dei palestinesi. Il risultato è una popolazione intrappolata in una rete di controllo fisico e psicologico, priva di vie di fuga. Le sue strade, i suoi quartieri e le sue case sono diventati il palcoscenico di un conflitto che si gioca sul corpo e sulla vita dei suoi abitanti.

Anche se le vittime dei soldati israeliani sembrano spesso scelte a caso, la violenza che sorregge questo sistema non è affatto casuale. È parte integrante di un ingranaggio ben oliato, progettato per sostenere un apparato di oppressione sistematica. L’uniforme che indossano non è solo una protezione contro i proiettili, ma anche uno scudo contro ogni responsabilità. Agendo nell’ombra di una totale impunità, i soldati israeliani si sentono autorizzati a tutto: violare i diritti fondamentali, calpestare la dignità umana, perpetrare abusi senza conseguenze. È l’impunità stessa a diventare il carburante che alimenta questa macchina della violenza, rendendola inarrestabile.

Dall’ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, il regime di apartheid israeliano ha intensificato drasticamente l’uso della violenza e delle misure oppressive contro i palestinesi. I palestinesi abusati nel centro di Hebron, la maggior parte dei quali giovani uomini impegnati nelle loro faccende quotidiane, sono diventati bersagli prediletti. Soldati e governi li trattano come responsabilità collettiva delle azioni di Hamas, giustificando ogni abuso senza alcun rimorso morale. In questo scenario, la brutalità estrema è percepita come uno strumento essenziale nella lotta contro il “nemico” e come mezzo per diffondere il terrore tra i palestinesi. I soldati, consapevoli del proprio ruolo, infliggono violenze che distruggono vite, nutrono l’insicurezza e compromettono ogni speranza di stabilità. Per chiudere il quadro, con un sistema legale che chiude gli occhi davanti a tali crimini, la violenza è destinata a perpetuarsi senza freni.

La portata della violenza rivelata nelle testimonianze, compiuta in bella vista e talvolta registrata, rende chiaro che l’abuso non può essere spiegato solo come una vendetta personale dei soldati o un difetto del sistema. Dimostra che questa violenza è il risultato di una politica di lunga data di oppressione, espulsione e spoliazione che definisce l’agenda del governo israeliano. Questa realtà costringe i palestinesi, sia a Hebron che altrove, a scegliere tra due alternative imposte: sradicarsi dalle loro case, terre e comunità, o vivere nella costante paura della violenza.