La guerra a Gaza sta raggiungendo numeri e sembianze che hanno pochi precedenti. Dopo cinque mesi di guerra, più di 30.000 morti e 70.000 feriti, la furia israeliana non sembra volersi arrestare e si sta preparando all’invasione di Rafah, città di confine con l’Egitto e ultima via di fuga per i gazawi dove sono ammassati in più di 1.4 milioni.
La drammaticità della situazione ha però portato a un evento storico che potrebbe cambiare le carte in tavola. Infatti da giovedì 29 febbraio i movimenti palestinesi, compresi Fatah e Hamas, si sono incontrati a Mosca per discutere di una possibile unificazione sotto il grande ombrello dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) dopo la fine della guerra. È stato il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ad aprire i lavori nella capitale russa. Gli sconvolgimenti degli ultimi mesi hanno fatto sì che le due parti acconsentissero a mettere da parte la lotta intestina sulla leadership palestinese e a ritrovare il loro naturale nemico comune. Un accordo è molto lontano e difficile da raggiungere ma dalle macerie della guerra sta nascendo un fenomeno che sembrava morto e sepolto dal 2007.
“Discussioni costruttive”
Su invito del ministero degli Affari esteri russo, numerose delegazioni di movimenti e partiti palestinesi, tra cui Hamas, Fatah e la Jihad islamica, sono arrivate a Mosca giovedì 29 febbraio. Come fine ultimo il raggiungimento dell’unità nazionale nel quadro dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. La guerra ha messo tutte le parti nella condizione di richiedere dei colloqui per rinforzare la leadership e passare oltre le divergenze interne. Mustafa Barghouti, segretario generale del partito Iniziativa Nazionale Palestinese ha detto ai microfoni di Al Jazeera di “non aver mai visto un’atmosfera così vicina all’unità […] perché la gente sente la responsabilità dopo tutti questi massacri”. Sempre Barghouti ha sottolineato che malgrado la difficile situazione che imperversa tra le parti, si intravede l’inizio di un processo che “si spera, porterà alla completa unità nei ranghi di una leadership palestinese unificata”.
“Naturalmente, non ci aspettiamo che i miracoli avvengano in un semplice incontro a Mosca, ma credo che l’incontro di Mosca dovrebbe essere seguito presto da altri incontri nella regione”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri palestinese Riad Malki. È la ripresa del dialogo il grande passo in avanti di questi giorni. Infatti dal 2007, da quando Hamas aveva vinto le elezioni a Gaza ed era scoppiata una guerra con Fatah, i due partiti hanno interrotto i rapporti governando contemporaneamente e separatamente i territori palestinesi. Adesso la situazione potrebbe cambiare ma gli ostacoli rimangono numerosi. Da parte di entrambi c’è l’urgenza di avere l’approvazione occidentale e il sostegno alla “ricostruzione” dopo la guerra.
Tutto questo potrebbe essere messo in discussione per la presenza di Hamas e della Jihad islamica palestinese che sono considerate organizzazioni terroristiche da molti Paesi occidentali e che non dovrebbero far parte del piano di creazione dello stato palestinese. Per contro l’Olp in generale così come Fatah, sono riconosciute a livello internazionale come rappresentanti dei palestinesi in Cisgiordania e nella diaspora. Negli anni non sono mancati colloqui per integrare Hamas nell’Olp ma sono tutti falliti. C’è quindi un’insieme di intenzioni volte alla riconciliazione. Hamas da anni cerca di integrarsi nell’Olp senza successo. Fatah è riconosciuto dai Paesi occidentali come unico interlocutore dei Territori palestinesi ma da anni soffre un calo drastico di consensi dovuto alla tenacia con cui il presidente Mahmoud Abbas si tiene stretto il suo posto senza indire elezioni dal 2006 per paura di venire spodestato da Hamas. Qualcosa si sta muovendo però.
Hamas o Fatah?
I colloqui di Mosca arrivano dopo turbolenti incontri e proposte arrivate da più parti. I primi dialoghi sono stati avviati dai dissidenti e dai critici del presidente Abbas del suo partito Fatah. Questi hanno inviato degli emissari in Qatar a incontrare gli esponenti di Hamas che vivono in esilio a Doha. Jibril Rajoub, un amico intimo di Abbas, ha proposto un piano di riconciliazione al leader del movimento islamista Ismail Haniyah, sostenendo che ormai il movimento “fa parte del popolo palestinese” e che quindi una soluzione va trovata in modo congiunto. Rajoub propone un governo tecnico che si assuma l’autorità sulla Cisgiordania e su Gaza e che inizi la ricostruzione della Striscia affiancato dagli aiuti internazionali preparandosi alle nuove elezioni. Quali sono le motivazioni di questo avvicinamento? Se la guerra a Gaza ha motivato gli incontri e le riflessioni sullo scenario post-bellico, sia Fatah che Hamas hanno delle ragioni ben precise per volere questa unione. Hamas sa di essere indispensabile per una soluzione politica.
È l’unico che detiene il potere militare, nonché il partito con più consensi. Il suo problema rimane il riconoscimento internazionale. Senza quest’ultimo Hamas non può essere rappresentato all’interno dell’Olp e quindi non può partecipare ai negoziati riguardanti il futuro palestinese. Inoltre, e molto più urgente, è la necessità di uscire illeso dalla guerra. Hamas non intende arrendersi così come smantellare il suo apparato militare. Sta cercando quindi una via di fuga che possa tenerlo comunque in vita, attraverso l’Olp. Questo offrirebbe ai suoi leader la sopravvivenza dopo la guerra.
Dal canto suo Fatah gode del riconoscimento internazionale ma soffre il malcontento tra la popolazione della Cisgiordania, dove governa. Accusato di essere un fantoccio di Israele e di aver lasciato correre su molte questioni, tra le quali l’incontrollabile fenomeno di colonizzazione, il presidente Abbas sa ormai che l’Olp deve essere riformata. Il presidente sente la pressione esterna e quella interna al suo partito di dover aprire le porte a nuovi scenari. Diversi suoi rivali stanno facendo sentire la propria voce come Mohammed Dahlan, esiliato negli Emirati Arabi Uniti nel 2011, che ha inviato i suoi uomini ai colloqui con Hamas a Doah e al Cairo. Anche gli stretti collaboratori di Marwan Barghouti, in prigione in Israele dal 2002, hanno preso contatti con i leader di Hamas i quali stanno puntando molto sulla sua liberazione. Al momento Barghouti sembra l’unica figura in grado di portare su di sé la leadership dell’Olp, riconciliando tutte le parti in causa. Le divergenze, così come le diverse posizioni permangono. L’unificazione sembra l’unica strada percorribile per includere tutte le visioni e tutta l’entità palestinese. Da Mosca sono arrivati segnali forti, che non si vedevano da decenni. La strada è lunga ma l’inizio è già stato segnato.

