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L’8 luglio le Forze di difesa israeliane hanno distrutto il diciottesimo tunnel costruito da Hamas per collegare il territorio meridionale della Striscia di Gaza a Israele. L’ultimo di una rete di tunnel militari che si uniscono in un dedalo di qualche decina di chilometri sotto le città di Khan Yunis, Jabalia e il campo profughi di Shati.

Hamas ne ha iniziato lo scavo in seguito alla c.d. “Operazione piombo fuso”, una campagna militare lanciata dall’esercito israeliano nel dicembre del 2008 – e conclusasi il mese successivo, nel gennaio 2009 -, allo scopo di neutralizzare l’organizzazione palestinese, in risposta all’intensificarsi del lancio di razzi da parte di Hamas contro obiettivi civili nel sud di Israele. Subito, l’offensiva israeliana era risultata imponente e l’ala militare di Hamas aveva dovuto ritrarsi nella città di Gaza, per salvaguardare la sovranità di Hamas sulle città e i villaggi della Striscia.

L’organizzazione palestinese ha cercato allora una soluzione in grado di cogliere di sorpresa le forze israeliane, nel caso avessero lanciato una nuova offensiva nel territorio. Da qui, l’idea di scavare alcuni tunnel per tutta l’ampiezza della Striscia di Gaza, con l’obiettivo di colpire alle spalle l’esercito israeliano.

Un progetto abbandonato

I tunnel si sono rivelati utili non solo a scopi di attacco, ma anche di difesa: ad esempio, per nascondere l’arsenale missilistico, per facilitare le comunicazioni o come nascondiglio per i soldati. Ormai, però, il sistema di tunnel sotterranei avrebbe fatto il suo corso e non risulterebbe più utile ad Hamas. La loro costruzione infatti è continuata fino a quando le Forze di difesa israeliana hanno rivelato di essere in possesso di nuovi strumenti tecnologici per localizzarli e distruggerli. In contemporanea l’esercito israeliano ha iniziato a costruire una barriera sotterranea molto profonda e dotata di sistemi tecnologici di rilevamento.

Da quando le Forze israeliane hanno iniziato a impiegare tecnologie avanzate per disseppellire i tunnel di Hamas, l’organizzazione palestinese ha abbandonato il progetto. Sotto la Striscia di Gaza rimarrebbero ancora alcuni tunnel nascosti, considerati però di difficile utilizzo per Hamas, vista la nuova barriera costruita da Israele.

Verso una nuova strategia

La decisione di Hamas di rinunciare alla costruzione di tunnel ha conseguenze importanti per la dottrina militare del braccio armato dell’organizzazione, che è ora alla ricerca di un’alternativa. Lo stesso giorno in cui è stato demolito il diciottesimo tunnel, le Forze di difesa israeliana hanno intercettato un drone di Hamas, penetrato nello spazio aereo israeliano. L’organizzazione palestinese starebbe progettando lo sviluppo di una “forza aerea” costituita da droni e altri velivoli senza pilota, in grado sia di raccogliere informazioni di Intelligence sia di condurre azioni offensive.

Hamas è alla ricerca di un nuovo strumento difensivo in grado di proteggere la Striscia di Gaza da un eventuale attacco israeliano contando sull’effetto sorpresa, considerata l’impossibilità di far fronte a un’offensiva via terra. Starebbe così ampliando il raggio dei suoi missili – risultati efficaci contro Israele – e dei lanciarazzi multipli in grado di superare il sistema di difesa antimissile Iron Dome.

Dietro a questi tentativi, c’è però il dato di fatto. Data la sua posizione di debolezza, Hamas deve optare per una tregua con Israele piuttosto che cercare un conflitto dal quale uscirebbe perdente. Senza contare che la volontà di raggiungere soluzioni di compromesso, evitando un ennesimo scontro, potrebbe essere una decisione strategica, frutto di una vera e propria convergenza di interessi tra Hamas e Israele.

Entrambi sembrerebbero impegnati a tutelare i rapporti con l’Egitto – che si erge sempre più come mediatore del conflitto israelo-palestinese – e a impedire che l’Autorità nazionale palestinese (Anp) riesca nell’impresa di riunificare Cisgiordania e Striscia di Gaza sotto il suo controllo. Ed entrambi sono consapevoli dell’improbabilità che, in caso di uno scontro all’ultimo sangue, una delle due parti possa riportare una vittoria totale, senza ingenti perdite umane, militari ed economiche.

Non è nell’interesse d’Israele condurre operazioni militari a Gaza, che potrebbero rivelarsi troppo costose sotto diversi profili, e che in ogni caso lo distrarrebbe dal fronte con la Siria. Hamas, inoltre, si è dimostrata anche una controparte con la quale si riesce a negoziare e il suo allontanamento da Gaza creerebbe uno spazio colmabile da gruppi jihadisti più pericolosi, tra i quali lo Stato islamico, i cui fedelissimi sono molto presenti nella vicina Penisola del Sinai, o il Jihad islamico, responsabile della recente escalation di violenza proprio nella Striscia.

Come sottolinea l’analista Aaron David Miller, Israele reputa Hamas l’alternativa più tollerabile all’interno della Striscia di Gaza; Hamas sa di aver bisogno dell’accettazione de facto da parte di Israele, per questo opera per calmare gli animi dei palestinesi. Entrambe le parti, insomma, beneficiano dello status quo.

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