Un conflitto definito oramai “diffuso”, che interessa sempre più porzioni di territorio libico e che coinvolge sempre più persone: è questa la “fotografia” scattata dall’inviato delle Nazioni Uniti in Libia, Ghassan Salamé, della guerra in corso nel paese nordafricano. Numeri e resoconti presentati in un documento inviato poi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in cui ad essere descritta è una situazione drammatica e completamente in stallo.

Bloccato il piano di Haftar

Ma non serve certo il report di Salamé per capire che la situazione in Libia è fuori controllo e che, rispetto ai mesi scorsi, non è stato effettuato alcun passo in avanti. Ad essere in stallo non è soltanto la guerra, ma anche ogni prospettiva di natura politica relativa ad una risoluzione del problema. La Libia, come si sa, vive una fase acuta del conflitto iniziato nel 2011 dallo scorso mese di aprile, quando inizia la battaglia per il controllo di Tripoli. Quel giorno il generale Khalifa Haftar, che controlla già buona parte di Cirenaica e Fezzan, dal suo quartier generale di Bengasi si ritiene sicuro di una possibile facile vittoria dopo un attacco lampo ed arrivare quanto prima a Tripoli. Pochi giorni prima, ad Abu Dhabi, viene siglato un accordo tra Haftar ed il capo del governo di Tripoli, Fayez Al Sarraj: in particolare, al primo va la guida militare del paese, al secondo la guida politica. Sembra la premessa migliore in vista del vertice di conciliazione nazionale già messo in calendario per la metà del mese di aprile di quest’anno.

Haftar però decide, più o meno improvvisamente, di provare a prendere Tripoli con una sua mossa militare forte del controllo di quasi due terzi della Libia e delle garanzie degli alleati regionali, a partire da Egitto, Emirati ed Arabia Saudita. Una guerra lampo che ben presto si trasforma in una trappola: le milizie di Misurata al fianco di Al Sarraj sbarrano la strada, le forze rimaste fedeli al governo di Tripoli bloccano ogni avanzata e per Haftar anche un rallentamento di un giorno rappresenta una sconfitta. Ed oggi, a maggior ragione che lo stallo prosegue da cinque mesi, quella del generale della Cirenaica appare oramai un’azione di gran lunga ridimensionata e senza potenziali sbocchi.

Brutte notizie per gli alleati di Haftar

L’uomo forte di Bengasi prova adesso a salvare il salvabile, forzando il blocco di Gharyan. Questa località, a circa 120 km a sud di Tripoli, è la prima ad essere conquistata da Haftar ad aprile ma è anche una delle prime ad essere persa nel mese di agosto. Senza Gharyan e gli altopiani circostanti, è molto dura intravedere concrete possibilità di vittoria a Tripoli. Per questo gran parte dei combattimenti in questi giorni si concentra in questa zona. Ma il vero problema per Haftar, come detto, è che non riesce a mantenere la promessa di una guerra lampo. Per chi lo sta aiutando dall’estero è un pessimo segnale: emiratini e sauditi non riescono a mettere le mani su Tripoli, la quale viene difesa dalle forze di Al Sarraj armate dai rivali turchi.

Lo stallo di Haftar è una pessima notizia anche per la Francia, la quale ufficialmente riconosce l’esecutivo di Al Sarraj ma non costituiscono un mistero gli aiuti dati al generale della Cirenaica. Parigi, pur non avendo in apparenza responsabilità dirette nella decisione di Haftar di attaccare Tripoli, cavalca la situazione e sogna di poter avere in Libia una persona più affine alle volontà dell’Eliseo.

Per l’Italia, che appoggia invece Al Sarraj, il rallentamento di Haftar e l’indebolimento della sua azione militare potrebbero rappresentare delle occasioni per far ripartire l’azione di dialogo e provare quanto meno a riabilitare il piano dell’Onu. Ma le crisi politiche interne al nostro paese da mesi sembrano riporre il dossier libico in fondo all’elenco delle priorità. Da qualche parte occorre ripartire e rilanciare il piano politico, vista la situazione in cui versa l’azione di Haftar: in tal senso l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante, nella speranza che qualcuno a Roma si accorga della situazione e non si faccia prendere alla sprovvista come in occasione dell’inizio dell’avanzata del generale della Cirenaica verso Tripoli.