Da nove anni, ormai, la Libia è nel caos. Il Paese è diviso politicamente e amministrato da due governi distinti: quello di Tripoli, che fa capo a Fayez Al-Sarraj – sostenuto dalle Nazioni Unite – e quello di Tobruk, capitanato dal generale Khalifa Haftar.

La situazione, già di per sé complessa, degenera ulteriormente a partire dallo scorso aprile, quando le forze del generale Haftar marciano su Tripoli, nel tentativo di riunificare il Paese sotto il loro controllo attraverso una guerra lampo.

Qualcosa però va storto e l’avanzata di Haftar si arena. Senza l’appoggio sperato da parte delle tribù della Tripolitania e di fronte a un’inaspettata alleanza tra i gruppi armati a favore di Al-Sarraj, l’uomo forte di Tobruk va incontro allo stallo. Almeno fino allo scorso giovedì, quando le milizie fedeli al governo di Tripoli hanno riconquistato Gharyan – cittadina della Tripolitania dalla quale era partita l’offensiva del generale e suo importante centro strategico -, costringendo le milizie di Tobruk ad arretrare.

E proprio ora, quando le cose sembrano essersi sbloccate a favore di Al-Sarraj, il suo rivale Haftar non vuole rassegnarsi e si dimostra pronto ad aprire un nuovo fronte, questa volta con un attore esterno al conflitto: la Turchia.

Data l’importanza strategica del Paese nordafricano sia a livello regionale che internazionale, la crisi libica non è mai stata “semplicemente” una guerra civile. Già di fronte al vacuum politico lasciato dal colonnello Muammar Gheddafi, numerosi Paesi avevano iniziato a prendere parte al conflitto in modo indiretto, sostenendo l’una o l’altra parte coinvolte nella guerra civile. Oggi, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono schierati a fianco del generale Haftar, mentre l’asse Turchia, Qatar e Sudan è a favore di Al-Sarraj.

Il fronte con la Turchia

Con l’inasprirsi delle tensioni e l’avanzata dell’uomo forte del governo di Tobruk verso Tripoli, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha rafforzato il proprio sostegno nei confronti di Al-Sarraj, continuando a fornirgli armi, sulla base di un accordo di cooperazione militare stretto tra le due parti. Proprio il sostegno di Ankara avrebbe reso possibile – secondo le autorità turche – la controffensiva di Al-Sarraj, in grado di “ri-bilanciare” la lotta contro il rivale.

Ma il repentino capovolgimento delle sorti della battaglia e il ruolo di primo piano svolto dal governo di Erdogan avrebbero causato anche una seconda conseguenza, ovvero l’apertura di un nuovo fronte nel conflitto civile libico: quello tra Haftar e Ankara.

Venerdì scorso, ovvero il giorno successivo all’avanzata di Tripoli su Gharyan, Haftar ha ordinato lo stop dei voli commerciali dalla Libia verso la Turchia e ha minacciato di attaccare ogni aereo proveniente dalla penisola anatolica. Non solo: il generale ha anche ordinato ai suoi militari di attaccare le navi turche che si trovano all’interno delle acque libiche e gli asset di Ankara nel Paese nordafricano.

Dalle parole ai fatti. In meno di 48 ore, le forze di Haftar hanno distrutto un drone turco – che si trovava nell’aeroporto di Mitiga -, arrestato due cittadini turchi nella cittadina di Ajdabiya, e proclamato una “mobilitazione generale” in risposta alle crescenti tensioni con Ankara. Si tratta evidentemente di misure punitive per il sostegno dimostrato dalla Turchia nei confronti di Al-Sarraj e della sua attiva partecipazione al conflitto libico.

Si tratta di affronti che la Turchia non è disposta a tollerare. Il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha garantito che Ankara risponderà “nella maniera più forte ed efficace a qualsiasi assalto da parte delle forze di Haftar”. Secondo Akar, la Turchia avrebbe già adottato tutte le misure necessarie per contrastare le minacce provenienti dalle forze fedeli a Khalifa Haftar. Infatti, sei cittadini turchi detenuti nelle carceri libiche sarebbero già stati liberati grazie all’intervento turco.

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