La precaria tregua a Gaza, si è fatta ancora più fragile dopo il violento attacco di ieri a Jenin, in Cisgiordania. L’esercito israeliano ha ucciso almeno nove palestinesi, ferendone oltre 35, nell’ennesima “operazione”, che pare essere piuttosto il preludio di una nuova e feroce escalation. Tant’è che ieri sera, il capo di stato maggiore dell’IDF, Herzi Halevi ha affermato “che le forze israeliane devono essere pronte ad operazioni significative in Cisgiordania”.
Dichiarazioni che non promettono nulla di buono, e che fanno vacillare quel cessate il fuoco tanto agognato dal popolo palestinese, ed entrato in vigore appena tre giorni fa.
Di rilievo l’analisi di Haaretz, che lunedì, all’indomani della tregua, titolava così: “Netanyahu sta mentendo a Trump e si sta preparando a sabotare l’accordo di pace”. Per comprendere meglio, occorre fare un passo indietro. L’accordo che ha portato al cessate il fuoco “è stato il frutto di mesi di lavoro persistente da parte dell’amministrazione Biden”. Tuttavia, è indubbio che “il merito della sua finalizzazione spetta più di chiunque altro al nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump” e al suo inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff. Da notare come proprio quest’ultimo si sia recato a Gerusalemme “affinché Netanyahu firmasse l’accordo senza più scuse, giochi o ritardi”. Inizialmente, così è stato. Eppure, lo stesso Bibi avrebbe sì accettato la tregua, “ma senza alcuna intenzione di onorarla né di attuarla”. Ed è così che il premier israeliano si è assicurato l’appoggio di alcuni dei suoi alleati politici dell’ultra-destra. Sostegno di cui Netanyahu ha bisogno, specialmente dopo che Itamar Ben-Gvir, leader di Potere Ebraico, ha lasciato la coalizione di governo per passare all’opposizione.
“Non arriveremo alla fase 2 della tregua”
Le intenzioni di Bibi sarebbero quelle di “non arrivare alla fase due dell’accordo”, ovvero quella che prevede, oltre al rilascio di altri ostaggi, il ritiro delle truppe israeliane dal corridoio Filadelfia.
Ipotesi suffragata anche dai recenti attacchi dell’IDF in Cisgiordania, ma non solo. Merita una nota quanto dichiarato da Amit Segal, uno tra i giornalisti più vicini a Netanyahu, domenica scorsa a Channel 14 (canale israeliano noto per il suo sostegno al governo). Quel che si aspetta Segal è che “vengano rilasciati solo 10 dei 94 ostaggi ancora a Gaza, prima che Bibi mantenga la sua promessa al ministro delle Finanze [Bezalel Smotrich] e riprenda la guerra”.
In quest’ottica, Netanyahu ha due modi per affondare l’accordo e trovare una scusa per rinnovare la guerra. Un’opzione è semplicemente quella di bloccare i negoziati per la fase due, che dovrebbe iniziare tra 15 giorni, e perdere tempo nei colloqui fino allo scadere del tempo. Modus operandi, tra l’altro, che il leader del Likud conosce bene, avendolo già adottato più volte con la squadra di Biden, che “era troppo debole o riluttante ad ammettere la realtà del suo sabotaggio”.
La seconda opzione è provocare un’esplosione di violenza in Cisgiordania. E lì, il fuoco sta già divampando: domenica notte, mentre milioni di israeliani festeggiavano il ritorno dei tre ostaggi, i coloni estremisti hanno appiccato il fuoco a case, scuole e automobili in diversi villaggi palestinesi. Esasperazione che si è intensificata ieri, con il duro attacco dell’IDF nella città di Jenin. A tal proposito, la CNN ha ripreso un commento del presidente americano, Donald Trump, che ha dichiarato di “non essere fiducioso sulla durata del cessate il fuoco a Gaza”. Prospettive di pace, queste, tutt’altro che incoraggianti.

