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A Hong Kong la situazione è surreale. Il 1° luglio 2019, oltre a essere il 22esimo anniversario del ritorno dell’ex colonia inglese sotto la sovranità della Cina, passerà alla storia come il giorno in cui il malcontento cittadino nei confronti del governo locale si è trasformato in una feroce rivolta con annesse scene da guerriglia urbana. Le iniziali manifestazioni pacifiche, ordinate, legittime, hanno lasciato spazio a qualcosa che da queste parti non era mai stato visto. Alla fine della giornata la conta sarà di 54 manifestanti finiti all’ospedale, di cui 3 in modo grave, e 13 poliziotti feriti.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

Tutto nasce da un disegno di legge sull’estradizione forzata in Cina, un provvedimento che doveva essere discusso nel Parlamento di Hong Kong per poi essere approvato dai deputati locali. Gli hongkonghesi, per paura che gli artigli del Dragone potessero minare l’indipendenza e l’autonomia del sistema legislativo del vecchio possedimento britannico, lo scorso giugno sono scesi in strada a centinaia di migliaia, fino a raggiungere quota due milioni. Le pressioni dal basso hanno costretto la governatrice locale Carrie Lam a fare retromarcia, sospendere ogni discussione sulla legge della discordia e chiedere scusa ai cittadini per il comportamento eccessivamente violento tenuto dalle forze dell’ordine per disperdere la folla. Ma ormai era troppo tardi.

Parlamento locale sotto assedio

Da allora, stiamo parlando solo di poche settimane fa, la realtà è cambiata radicalmente. Sembrava che le protesse stessero via via scemando, invece, nel giorno di un anniversario sensibile, sono riprese con ancora più vigore. Dalla prima mattina la città si è divisa in tre luoghi di interesse: da una parte migliaia di cittadini riuniti a Victoria Park per il 1° luglio, dall’altra le autorità guidate da Carrie Lam a presenziare una cerimonia per celebrare l’anniversario del ritorno alla sovranità cinese. In mezzo si è aggiunto un terzo fronte, quello che ha trasformato una giornata di fuoco in un inferno. Un gruppo di manifestanti, circa 1.500 persone, ha assediato la sede del Parlamento locale, fin quando un gruppetto è riuscito a fare irruzione nel cuore dell’edificio. Gli agenti in assetto antisommossa, in un primo momento, non sono intervenuti ma hanno cercato di distogliere i cittadini dal compere reati.

La furia dei manifestanti

A nulla sono valsi gli avvisi di polizia e opposizione, perché i manifestanti erano ormai incontrollabili. Alcuni di loro hanno distrutto infissi e vetri, altri hanno vandalizzato la camera del Parlamento con scritte antigovernative. La polizia ha subito evacuato il palazzo, mentre l’opposizione cercava di calmare gli animi rimediando però gli insulti della folla. Dopo tre ore di occupazione, le forze dell’ordine hanno caricato i manifestanti e usato gas lacrimogeni, riprendendo il controllo dell’edificio. Carrie Lam intanto, dall’Hong Kong Exhibition Center (al chiuso ufficialmente a causa della pioggia), assisteva alla cerimonia ufficiale del 1° luglio e, in videoconferenza, si impegnava a riformare il governo. Nessuno, ormai, crede più a Lam; i giovani hanno sfogato la loro rabbia penetrando nella camera del Parlamento e imbrattando ogni immagine, ogni effige, ogni simbolo.

Le richieste dei manifestanti

I manifestanti hanno formulato cinque richieste che Lam dovrà esaudire “in nome del popolo”. Primo: il ritiro del disegno di legge sull’estradizione. Secondo: fare piena luce sull’utilizzo da parte della polizia di proiettili di gomma. Terzo: considerare i fatti del 12 giugno proteste e non sommossa violenta. Quarto: rilasciare i manifestanti fin qui arrestati. Quinto: dimettersi istantaneamente. Difficilmente simili richieste verranno esaudite.

Il rischio di una nuova Tienanmen

Pechino ha osservato tutto da lontano, a distanza di sicurezza. Non è intervenuta ma potrebbe farlo presto, chissà. Secondo la versione sposata dal quotidiano cinese Global Times, la violenza dei manifestanti non sarebbe in relazione con la legge sull’estradizione o con la difesa dei diritti umani; questi, semmai, erano semplici pretesti per creare problemi e danneggiare la stabilità di Hong Kong. Tian Feilong, professore associato alla Beihang University ed esperto di Hong Kong, ha concluso dichiarando che “il governo centrale dovrebbe far rispettare la legge e abbattere la rivolta rapidamente, altrimenti le continue turbolenze metteranno seriamente a repentaglio il futuro dell’ex possedimento britannico”. In silenzio, sotto sotto, c’è chi teme il pugno duro dell’esercito cinese: ipotesi possibile? Nulla è da escludere a priori. Ma in quel caso si rischierebbe davvero una nuova Piazza Tienanmen.

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