Guerra /

Spesso è difficile stabilire quando un evento smette di essere cronaca per diventare storia. Un buon modo per capirlo è quello osservare i suoi effetti. È il caso degli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York. 19 anni dopo molti potrebbero pensare che quei fatti siano da relegare ai testi di storia ma in realtà gli effetti degli attentati di Al-Qaeda si sentono ancora.

Un harrier di AV-8B durante l'attacco aereo a sostegno dei fanti che combattono sulla terra nelle vie di Fallujah (LaPresse)
Un harrier di AV-8B durante l’attacco aereo a sostegno dei fanti che combattono sulla terra nelle vie di Fallujah (LaPresse)

Il prossimo 7 ottobre la guerra in Afghanistan entrerà nel suo 20esimo anno e il mondo si trova ancora a fare i conti con quello che è successo dopo il crollo delle Torri gemelle. Gli effetti della “War on terror” lanciata dall’amministrazione di George W. Bush e in parte portata avanti da quella di Barack Obama ha avuto esiti durissimi con ripercussioni su milioni di persone.

Pensiamo alle vittime. Secondo le ultime rilevazioni disponibili datate fine 2019, almeno 800mila persone hanno perso la vita nelle guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen e Pakistan. Questa cifra non conta le persone ferite, quelle morte in maniera indiretta per la distruzione delle infrastrutture o la contaminazione ambientale. Tra le vittime almeno 330mila sono state registrate tra i civili, seguite dai miliziani, come talebani o jihadisti, e da 177mila tra militari degli eserciti nazionali e forze di polizia. Ma gli effetti degli interventi americani non si sono limitati a questo.

A inizio settembre il Waston Institute della Brown University ha pubblicato uno studio sui costi umani derivanti dalle guerre scatenate dopo l’11 settembre 2001. Secondo i dati collezionati negli ultimi 19 anni almeno 37 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Di questi, otto sono rifugiati e richiedenti asilo che hanno lasciato i Paesi coinvolti e 29 sono gli sfollati interni.

La portata dei numeri: vicini alla Seconda guerra mondiale

Ovviamente si tratta di una stima. Gli analisti che hanno lavorato al progetto hanno detto di aver arrotondato per difetto e che il numero potrebbe essere quasi due volte superiore, cioè sfiorare 45 milioni di persone. Per avere un’idea della portata si può fare un confronto con altri eventi storici. La rivoluzione russa costrinse alla fuga sei milioni di persone. La Grande guerra oltre dieci, il conflitto in Vietnam 12 e l’invasione sovietica dell’Afghanistan 6,3 milioni. Solo la Seconda guerra mondiale detiene il triste primato con con una cifra compresa tra 30 e 54 milioni di persone.

Raid aerei, colpi silenziosi dei droni, raffiche di artiglieria e gli scontri a fuoco casa per casa nei quartieri coinvolti, sono solo alcune delle ragioni per cui si fugge dalla guerra. In molti casi dopo l’intervento americano sono scoppiati scontri settari, come avvenuto nel nord dell’Iraq a partire dal 2011. Ma le partenze hanno riguardato anche altri aspetti. La necessità di lasciare le proprie case per la distruzioni di coltivazioni e posti di lavoro o l’impossibilità di accedere a cibo, acqua, ospedali e infrastrutture minime.

I profughi in fuga da Fallujah (LaPresse)
I profughi in fuga da Fallujah (LaPresse)

Per capire natura e origini di questi numeri bisogna guardare attentamente a dove la “War on terror” è stata combattuta e ai suoi effetti complessivi. In due decenni gli Usa si sono impegnati su più scenari in modi diversi. In prima linea con le guerra in Afghanistan e Iraq; in modo più defilato, come in Siria, Libia e Filippine; in modi più segreti come la campagna di droni in Somalia, Pakistan e Yemen.

Ovviamente non si possono imputare tutti questi effetti solo all’intervento americano. In molti Paesi erano attive organizzazioni terroristiche come Al Qaeda o Stato islamico, oppure combattenti estremisti come le milizie sciite e sunnite in Iraq o i talebani in Afghanistan. Ma in molti casi è stato proprio l’intervento americano a dare il via agli eventi.

La “long war” americana tra Afghanistan e Iraq

Nel 2000, un anno prima dell’invasione americana, l’Afghanistan contava 758 mila sfollati interni e 4,4 milioni di rifugiati all’estero, una pesante eredità dell’invasione sovietica degli anni 80. Dal 2001 in poi quasi un quarto del popolo afghano, il 26%, ha lasciato le proprie case: 2,1 milioni di persone fuori dal paese e 3,2 all’interno del territorio nazionale. Dati forse sottostimati dato che solo tra il 2012 e 2019 ben 2,4 milioni di persone hanno lasciato il Paese.

In Iraq lo scenario è stato analogo. Nel 2007, quattro anni dopo la deposizione di Saddam Hussein nel paese si contavano circa 4,7 milioni di sfollati interni. Numeri destinati comunque ad aumentare nelle fasi successive dell’occupazione. In primo luogo con la violenza settaria scoppiata tra il 2006 e 2008 e poi a partire dal 2014 con l’avanzata dello Stato islamico. Ancora oggi, 650 mila persone vivono all’estero, mentre 1,4 milioni attendono una nuova casa nei campi profughi dell’Iraq.

profughi post 11 settembre mappa

 

Gli effetti delle guerre segrete in Siria, Libia e Filippine

Rispetto ai due scenari precedenti in Siria, Libia e Filippine il coinvolgimento dei “boots on the ground” è stato minimo, ma gli effetti si sono fatti comunque sentire. Da quando nel 2014 l’amministrazione di Barack Obama ha iniziato la sua campagna contro l’Isis in Siria oltre 7,1 milioni di persone, il 37% della popolazione, sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Il numero però è piuttosto conservativo e tiene conto solo delle province in cui le forze americane hanno combattuto. Ma se allarghiamo lo spettro, aggiungiamo tutte le province siriane e portiamo l’orologio a quando gli Usa hanno avviato il programma di sostegno ai ribelli siriani nel 2013, il numero aumenta enormemente.

In Libia la musica non è stata diversa. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre circa l’8% della popolazione era stato costretto a lasciare le proprie case come sfollato dopo l’inizio delle Primavere arabe. Gli effetti più devastanti della decisione americana e francese di far cadere Muammar Gheddafi sono però arrivati solo in un secondo momento. Il vacuum di potere e il conseguente scoppio della guerra civile con il proliferare di milizie, ha creato le condizioni ideali per favorire i flussi migratori dall’Africa subsahariana verso l’Europa.

Se guardiamo i passaggi nella rotta centrale del Mediterraneo tra il 2009 e 2018 vediamo molto bene gli effetti del conflitto. Nel 2011, anno della caduta del Rais, gli arrivi in Italia sono stati circa 59 mila, mentre nel 2014 è iniziato il flusso più grosso con 170 arrivi seguiti dai 153 mila del 2015 e dai 181 mila del 3017.

Perfino le Filippine non sono state immuni. Già a partire dal 2002 unità delle forze speciali americane e addestratori sono stati dispiegati nell’isola di Mindanao per fronteggiare l’insurrezione islamista composta da una serie di sigle alcune delle quali legate ad al Qaeda.

Secondo le informazioni disponibili, negli anni almeno 6 mila unità di personale americano si sarebbero avvicendate nell’isola – anche grazie a basi segrete -, con risultati quanto mai discutibili. Ancora oggi il controllo del territorio nel Sud del Paese da parte delle autorità di Manila non è completo e come in altri scenari anche qui gli sfollati ne hanno pagato il prezzo. In 19 anni 1.7 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le case e nel 2019 ancora 182 mila di loro risultavano sfollati interni.

Il peso delle Drone Wars

Negli ultimi anni diverse operazioni americane condotte sotto traccia hanno avuto effetti ben visibili sulla popolazione di Somalia, Pakistan e Yemen. Nel primo caso gli Usa sono stati impegnati fin dal 2002 con operazioni mirate grazie ai raid di droni armati, mentre nel 2006 hanno appoggiato l’invasione del Paese da parte dell’Etiopia per rovesciare le corti islamiche. Questo ovviamente non ha indebolito l’islamismo radicale, ma ha portato alla nascita di Al Shaabab (affilata con al Qaeda dal 2012). Dal 2002 il 46% dei civili residenti in Somalia hanno abbandonato le proprie case e nel 2019 si contavano 800 mila rifugiati all’estero e almeno 3,4 milioni di sfollati interni.

Persino il Pakistan, sulla carta alleato di Washington, ha sentito i morsi dei mietitori americani. Dopo l’invasione dell’Afghanistan gran parte dei miliziani di al Qaeda e molti combattenti talebani hanno trovato rifugio nelle regioni tribali nell’Ovest del Pakistan. Da quel momento è iniziata una vasta operazione dei velivoli senza pilota per dare appoggio alle forze armate pakistane nel combattere i miliziani. Anche in questo caso la fuga dei civili è stata inevitabile. Dal 2002 3,4 milioni di persone sono state costrette a lasciare le aree di confine per convergere verso Peshawar e Islamabad e oggi ancora 90 mila sono senza casa.

Il Paese che forse più di tutti ha pagato le “drone wars” è stato però lo Yemen. Già nel 2002, quando la Cia aveva delineato le responsabilità del ramo yemenita di al Qaeda, i velivoli senza pilota erano entrati in azione. Secondo i dati raccolti dal Bureau of investigative journalism tra il 2002 e 2019 gli americani avrebbero condotto 336 strike e ucciso tra le 1.020 e 1.389 persone, di queste 174-225 sarebbero civili e tra loro almeno una cinquantina bambini. A complicare una quadro già compromesso ci ha pensato poi la guerra civile del 2014 tra miliziani sciiti houthi e la coalizione a guida saudita appoggiata sul indirettamente da Washington. Complessivamente dal 2002 in poi almeno 4,4 milioni di yemeniti si sono dati alla fuga, 3,6 dei quali all’interno del Paese. Il quadro generale è però desolante con 24 milioni di persone sulle 30 residenti che hanno necessità di assistenza umanitaria.

Le altre conseguenze: il collasso dell’economia

Chiaramente guerra e migrazioni di massa portano con se una serie di altri effetti meno raccontati ma altrettanto pericolosi. Per prima cosa in quasi tutti questi Paesi è esploso il debito pubblico. In Yemen tra il 2014 e 2017 il rapporto debito/Pil è passato dal 48,7% all’84,2%. In Iraq tra il 2014 e 2015, gli anni più duri della guerra allo Stato Islamico, il balzo è stato dal 32,8% a 56,8%.

Per il Medio Oriente, si legge nelle valutazioni del Fondo Monetario internazionale, la decade tra il 2009 e il 2019 ha registrato una crescita economica tre volte inferiore al decennio precedente. Non solo. A fronte di redditi pro capite stagnanti la disoccupazione giovanile è peggiorata sensibilmente. Stando a un rapporto dell’Escwa, la Commissione economica e sociale per l’Asia Occidentale dell’Onu, i Paesi colpiti dai conflitti tra il 2010 e 2015 hanno perso 614 miliardi di dollari pari al 6% del Pil regionale.

I costi per gli Stati Uniti

Chiaramente la stagione iniziata con l’11 settembre 2001 ha portato pesanti conseguenze anche per Washington. Sul fronte dei costi umani tra l’inizio della guerra in Afghanistan e il 2020 gli Usa hanno contato 7.014 vittime tra i soldati, la maggior parte dei quali tra Iraq (4.572) e Afghanistan (2.298) e 7.950 tra i contractor.

Sul piano economico invece il disavanzo è mostruoso. In poco meno di 20 anni sono stati dilapidati 6,4 triliardi di dollari, uno solo dei quali per la cura e il sostegno dei veterani. Nei 5,4 restanti c’è di tutto, dagli stanziamenti diretti per la guerra da parte del Congresso, agli incrementi per tutte le attività del Pentagono passando per i fondi destinati alla sicurezza nazionale e ai pagamenti degli interessi per i prestiti di guerra.

Il problema, ha sottolineato uno studio della Brown University, è che anche quando tutti i ritiri dagli scenari di guerra saranno completati si continuerà a pagare. Gran parte delle operazioni sono state finanziate con prestiti e questo da un lato ha aumentato il debito nazionale e dall’altro comporta una certa mole di interessi, con ogni probabilità 8 trilioni di dollari entro il 2050.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME