Guerra /

La guerra in Siria continua, inesorabile, da sette lunghi anni. E quello che era un vero e proprio gioiello incastonato fra il Mediterraneo e il deserto del Medio Oriente, si è trasformato in un inferno con un numero enorme di morti, sfollati e profughi. E con un mare di incertezze legate non solo al suo futuro, ma anche alla sua stessa esistenza.

strip_occhi_articolo_siria

È difficile trovare una ragione a questa guerra. Inutile anche provare a cercarne una sola. Quello che è certo è che parlare esclusivamente di guerra civile significa non avere bene in mente che quella siriana è stata, e continua a essere, una guerra mondiale. Un laboratorio di guerra mondiale in cui si sono palesati blocchi, alleanze, strategie e nemici, composti non solo dalle potenze regionali e ma anche dalle superpotenze come Russia e Stati Uniti.

È stata definita una “guerra per procura”: ma forse lo è stata all’inizio. Dai bombardamenti della coalizione internazionale fino all’intervento russo, passando per i raid israeliani, gli interventi iraniani e l’arrivo dell’esercito turco, è stato chiaro da subito che non fosse più una guerra per procura. Era una vera e propria guerra fra potenze per il controllo di un Paese. O di quello che doveva rimanerne.

Nel frattempo, il terrorismo islamico ha iniziato a dilagare. L’esercito di Damasco si è trovato di fronte non solo i ribelli delle varie sacche interne al Paese, ma anche i miliziani di Daesh, che hanno occupato fisicamente parte del territorio della Siria. E la galassia jihadista, con legami con le varie monarchie del Golfo e con la Turchia, si è estesa diventando uno dei tanti bracci armati delle potenze coinvolte nel conflitto.

A questo punto, la situazione appare confusa e ancora decisamente aleatoria. E nonostante si tenda a parlarne di meno, il conflitto continua e il sangue scorre. Idlib appare sospesa nel tempo, nonostante i jihadisti continuino a rimanere asserragliati nell’ultimo ridotto terrorista. Anche l’ultimo attacco di Aleppo ha ricordato a tutti che i ribelli non sono scomparsi.

L’est della Siria appare ancora un grande punto interrogativo, con le milizie curde che combattono insieme alle forze della coalizione internazionale. Francia e Stati Uniti sono ancora presenti sulla riva est dell’Eufrate e non sembrano intenzionate a cedere, mentre la Turchia occupa le posizioni nel nord costruendo una sorta di protettorato sulle città che erano roccaforti curde.

A sud, i raid di Israele si sono interrotti dopo che la Russia ha imposto il suo ombrello elettronico e missilistico. Ma la situazione potrebbe riaccendersi. E i recenti movimenti dei caccia Usa e della flotta francese mostrano che la Siria è ancora al centro della strategia delle grandi potenze.

La ricostruzione della Siria, non solo infrastrutturale, ma anche economica, demografica e morale, appare complessa. Le città tornate pienamente sotto il controllo del governo, iniziano a risvegliarsi. Ma ci sono ancora grandi dubbi legati ai desideri delle potenze coinvolte nella guerra.

Il piano delle Nazioni Unite fatica a decollare. Le forze in campo non vogliono cedere al compromesso. E la permanenza di Bashar al Assad è ancora uno dei tanti nodi da sciogliere. Il leader di Damasco rimarrà alla guida della Siria? E se sì, con quali garanzie e soprattutto al governo di che tipo di Paese? Milioni di siriani ancora non hanno una casa. Molti sono in Libano, altri in Turchia, altri hanno preso la via dell’Europa attraverso le famigerate rotte dei migranti.

La Siria esiste e resiste. Ma sembra un Paese sospeso nel tempo e nello spazio, dilaniato al suo interno da ferite che non sembrano ancora pronte a rimarginarsi. E il suo futuro ha ancora tante domande senza risposta. Domande a cui Gli Occhi della Guerra cerca, da sempre, di trovare una risposta. Anche a costo di sfidare le certezze di molti osservatori, che su questo conflitto hanno raccontato solo una parte della guerra.

Perché nel caos orrendo di una guerra complessa e articolata, sia a livello strategico che politico, la narrazione ha preso spesso i connotati dell’ideologia. Parte dei media si è da subito schierata apertamente con l’uno o l’altro schieramento. E come si ripete spesso, anche in questo conflitto la prima vittima è stata la verità. Ammesso che ce ne sia solo una e valida per tutti.

La guerra in Siria non è finita. E noi vogliamo tornare sul campo per raccontarvela. Scopri come aiutarci

La dimostrazione è stata data da tanti episodi. Dalle prime rivolte, all’ascesa del Califfato, fino ai presunti attacchi chimici contro le città ribelli, dati subito per veri senza alcuna conferma. E con l’Osservatorio siriano per i diritti umani considerato un vero e proprio oracolo da cui prendere le informazioni senza un minimo di filtro. Un filtro necessario ancora di più oggi, quando sembra che su questa guerra si stiano spegnendo i riflettori. E questo è un errore che non può e non deve essere fatto.