Quando il 29 giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi si è presentato nella grande moschea di al-Nuri a Mosul e ha proclamato la nascita del Califfato era chiaro per l’Iraq che i sogni di pace restavano vane promesse e nulla di più. I mesi e anni  successivi hanno visto un imponente sforzo bellico per cercare di restituire una continuità territoriale al Paese sconfiggendo le bandiere nere che avevano costituito con il vicino territorio siriano una continuità del male sanguinosa e violenta.

Ufficialmente, la seconda guerra del Golfo è durata 8 anni e 274 giorni, chiusa da Barack Obama il 18 dicembre del 2011. Nonostante questo, la violenza è tornata a a esplodere nel Paese con una certa frequenza. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione no profit Iraq Body Count, nel 2012, il primo anno dopo il lungo conflitto, le vittime complessive del Paese sono state 4.622, un numero destinato rapidamente a salire. Nel 2013 furono 9.852 e, nel 2014, l’anno della proclamazione dello Stati islamico, toccarono la quota di 20 mila morti. Di questi, poco meno della metà, circa 7 mila, sono stati causati dall’Isis. Un bagno di sangue continuato anche successivamente con 9.600 uccisioni nel 2015.

Secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled), negli ultimi due anni, tra il 2017 e 2018, ci sono stati nuovi attacchi in tutto il Paese. Lo Stato islamico, che ha perso la sua consistenza territoriale ma che è tutt’altro che sconfitto, ha condotto diverse operazioni soprattutto nel Nord del Paese anche dopo la sua sconfitta ufficiale. Il governo di Baghdad ha dichiarato il Paese libero dall’Isis il 9 dicembre del 2017 ma da allora sono state registrate almeno 2.775 vittime. In tutti i casi si è trattato di attacchi molto piccoli, ma diffusi in tutto l’Iraq settentrionale.

Le vittime e gli attacchi però non sono arrivati solo da ciò che resta delle bandiere nere. Tra il 2017 e 2018 sono state registrate almeno un migliaio di vittime per mano di attacchi condotti da milizie non ben identificate. Sempre secondo i dati dell’Acled almeno 1.111 persone hanno perso la vita in attacchi non rivendicati. Ma c’è dell’altro. Nell’estremo nord della regione è in corso una battaglia tra le forze turche, che qualche mese fa hanno lanciato l’operazione scudo del Tigri con l’intento di stroncare definitivamente i curdi del Pkk. Non sarà semplice per le forze di Erdogan vincere tra i monti del Qandil. Intanto però i miliziani del partito curdo hanno colpito l’Iraq in almeno una quindicina di occasioni tra il 2017 e 2018 provocando 111 morti.

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