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Guerra

Guerra Iran: l’improvvido e ambiguo ultimatum di cinque giorni

Inevitabile il gioco delle parti, con Trump che dichiara che è stata Teheran a contattarlo e la controparte che nega ogni contatto e ironizza sul fatto che l'America stia negoziando con se stessa.
Guerra Iran: l'improvvido e ambiguo ultimatum di cinque giorni

Il Pakistan si è offerto ufficialmente come sede per mediare tra Iran e Stati Uniti mentre questi ultimi nel frattempo hanno trasmesso a Teheran 15 punti di un possibile accordo, che Trump decanta come più che positivo per il suo Paese, aggiungendo che la base è che Teheran non sviluppi un’arma nucleare.

Inevitabile il gioco delle parti, con Trump che dichiara che è stata Teheran a contattarlo e la controparte che nega ogni contatto e ironizza sul fatto che l’America stia negoziando con se stessa. Ambedue vogliono far vedere di essere in una posizione di forza, tale da imporre le proprie condizioni.

Trattativa difficile anche per la scadenza ravvicinata, cinque giorni, imposta dall’improvvido presidente americano. Non è facile avviare delle trattative con un Paese che è stato ingannato attaccandolo proprio mentre un negoziato intrapreso per evitare questa guerra stava per essere concluso, perché si deve superare una legittima diffidenza (che l’accordo fosse a portata di mano è stato rivelato sia dal ministro degli Esteri dell’Oman, Hamad Al Busaidi, che dal Consigliere per la sicurezza nazionale britannico Jonathan Powell, presenti alle trattative).

Inoltre, deve superare gli ostacoli frapposti da Israele e dai neocon Usa, decisi a costringere Trump a prolungare la guerra per vari motivi. Anzitutto nutrono ancora la speranza di vincerla, non perché sperino di instaurarvi un governo fantoccio, speranza ormai residuale, quanto di riuscire a devastare l’Iran in maniera irreversibile per i prossimi decenni, un po’ com’è accaduto per la Libia.

Una speranza che si accompagna alle manovre per tentare di impegnare ancor più a fondo gli Usa in questa guerra. Da qui le pressioni per un’invasione di terra che dovrebbe iniziare con l’assalto di qualche migliaio di marines supportati da una divisione aviotrasportata (di oggi la notizia che il Pentagono sta valutando tale supporto).

Tale scenario è connesso all’ultimatum di Trump, che allo scadere dei cinque giorni potrebbe dichiarare che l’Iran ha rigettato le sue offerte, esito che lui, o chi per lui, potrebbero usare per legittimare l’escalation.

Lo accenna anche Martin Jay su Strategic culture, “è possibile che l’ultimatum di cinque giorni sia un altro sporco trucco e che, in realtà, [Trump] stia pianificando un’invasione di marines statunitensi lungo la costa iraniana e che il momento perfetto per farlo sarebbe il tardo pomeriggio di venerdì 27 marzo? Con i mercati chiusi per il fine settimana, potrebbe pensare che questo sia l’unico modo per calmare i mercati: uno sbarco vittorioso di 2.500 marine statunitensi che conquistino o distruggano parte delle infrastrutture della difesa iraniana, resistendo solo un’ora o due prima di mettere in sicurezza un tratto di costa, il tutto in tempo per l’apertura dei mercati petroliferi di lunedì mattina”.

Trump’s five-day ultimatum to Iran is no joke. Does he have a final ace to play?

In realtà, i marines sarebbero carne da cannone votata al macello, come ben sanno gli strateghi che stanno spingendo in tal senso, i quali sperano di poter manipolare anche questo puntando sul fatto che la vista dei soldati americani uccisi dai cattivi iraniani susciti tanta indignazione da giustificare un impegno maggiore.

Nella sospensione, continua la pressione per intruppare i Paesi del Golfo contro l’Iran. Anzitutto esacerbando gli attacchi iraniani contro di essi, come dimostra l’analisi di un attacco che ha ferito una trentina di persone in Bahrein, attribuito a Teheran dalle autorità locali e dagli Usa, ma che in realtà è stato causato da un Patriot (più che probabile che vi siano altri casi similari non indagati).

Patriot missile involved in Bahrain blast likely US-operated, analysis finds

In secondo luogo, facendo trapelare notizie di asserite pressioni dei Paesi del Golfo sugli States perché intensifichino il confronto con Teheran, manipolazioni che hanno lo scopo di scatenare l’Iran contro di essi e viceversa.

Tali rivelazioni vengono puntualmente smentite dai Paesi interessati, che anzi stanno lavorando per una soluzione diplomatica, ma altrettanto puntualmente si ripresentano. Tale la forza della macchina della manipolazione pro-guerra.

In realtà, i Paesi del Golfo non hanno alcun interesse a partecipare alla mattanza in corso perché, tra le altre cose, ne uscirebbero inceneriti: le difese americane, già insufficienti a difendere Israele, non riuscirebbero a difendere affatto un territorio molto più vasto come quello su cui insiste tale follia, che nel caso fosse coinvolto in toto nella guerra sarebbe oggetto di attacchi molto più massivi degli attuali.

I falchi nutrono poi la speranza di una discesa in campo dell’Europa, con l’ultima sollecitazione in tal senso iniziata dopo l’attacco alla base Diego Garcia, attacco a distanza che dimostrerebbe come anche il Vecchio Continente sia alla portata dei missili iraniani.

Abbiamo già annotato come Teheran non abbia rivendicato l’attacco nonostante si prestasse perfettamente alla propaganda perché poteva dimostrare le sue grandi capacità balistiche e strategiche, cosa che fa con insistenza con altre operazioni belliche. E anzi abbia smentito la paternità dello stesso.

Di grande importanza, dunque, le affermazioni del Segretario della Nato Mark Rutte, il quale ha rivelato che la Nato non può confermare le accuse israeliane sulla matrice iraniana dell’attacco. Una smentita soft, per evitare di accusare apertamente Tel Aviv di aver orchestrato una false flag, ma non per questo meno dirompente.

Nato 'cannot confirm' Iran behind attack on UK-US base after Iranian denial

Inquietante, però, che ieri su Truth social Trump – o chi per lui – abbia pubblicato un articolo di Just the News nel quale si rilancia la minaccia iraniana a lungo raggio usando la false flag Diego Garcia. Questa la conclusione: “Diversi paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Italia, Giappone, Australia e altri alleati, hanno annunciato la loro ‘disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto’ [di Hormuz]. Non è ancora chiaro se ciò comprenderà anche un’assistenza militare agli Stati Uniti”…

Resta la sospensione di questi giorni, con il tempo che si fa sempre più breve a motivo dell’improvvido/ambiguo ultimatum di Trump.

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