Guerra in Myanmar, l’esercito prepara l’offensiva finale contro la resistenza

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Non si ferma la guerra civile in Myanmar, nonostante le ultime elezioni, la formazione di un governo militare in abiti civili e un apparente ammorbidimento della giunta al potere. Se, infatti, da un lato le autorità hanno trasferito l’ex leader birmana, Aung San Suu Kyi, dal carcere agli arresti domiciliari e ridotto la sua pena nell’ambito di un’amnistia per i prigionieri, dall’altro il Tatmadaw, ovvero l’esercito, si è riorganizzato, ha rimpinguato le proprie fila con decine di migliaia di nuove reclute e recuperato parte delle perdite territoriali subite sul campo e, soprattutto, è pronto a sferrare l’offensiva finale contro i ribelli.

E pensare che un anno fa le forze armate governative erano state cacciate da numerose zone strategiche situate nel Nord del Paese, subendo ripetute sconfitte per mano di milizie pro democrazia alleate tra loro. Adesso la situazione sembrerebbe essere cambiata, visto che diversi gruppi nemici si sono sfaldati, altri hanno abbandonato la lotta e altri ancora sono attraversati da lotte intestine e problemi di approvvigionamento.

“Credo che ci stiamo avvicinando al culmine, al punto in cui il Tatmadaw riaffermerà la propria autorità e il movimento di resistenza si esaurirà”, ha dichiarato Morgan Michaels, analista presso l’International Institute of Strategic Studies e responsabile del progetto Myanmar Conflict Map, all’Associated Press.

L’offensiva dell’esercito in Myanmar

Attenzione però, perché da qui a prevedere una conclusione della guerra la strada è lunghissima. La sensazione, infatti, è che la resistenza armata continuerà nel Paese almeno finché non verrà raggiunta una soluzione politica negoziata tra le parti. Certo è che il Tatmadaw ha ripreso l’iniziativa sul campo e, per i motivi sopra spiegati, appare in netto vantaggio sui ribelli. È pur vero che, dopo cinque anni di intensi combattimenti – gli stessi che hanno causato decine di migliaia di morti, tra cui circa 8.000 civili, e milioni di sfollati – si respira un senso di stanchezza generale.

E la Cina? Osserva l’evolversi degli eventi da una posizione più che privilegiata, esercitando al contempo una forte pressione per la stabilità del Myanmar, fonte cruciale di terre rare e risorse naturali di Pechino. Il Dragone ha investito miliardi di dollari nelle miniere, negli oleodotti, nei gasdotti e in altre infrastrutture locali ed è, insieme alla Russia, uno dei principali fornitori di armi del Tatmadaw.

Il governo cinese, dunque, spinge per la stabilità che, in questo frangente, può essere garantita da una vittoria dell’esercito regolare. E pensare che, nel 2023, il gigante asiatico aveva appoggiato l’offensiva lanciata dalla Three Brotherhood Alliance contro l’esercito birmano, in primis perché la giunta aveva consentito la proliferazione della criminalità organizzata nelle regioni di confine. In seguito, i cinesi hanno interrotto la fornitura di armi e munizioni alle milizie, esercitando pressioni affinché cessassero i combattimenti.

E adesso?

All’interno della Three Brotherhood Alliance è successo qualcosa di rilevante. Un anno fa, sia l’Esercito dell’Alleanza Democratica Nazionale del Myanmar che l’Esercito di Liberazione Nazionale Ta’ang hanno concordato un cessate il fuoco con la giunta, dopo colloqui mediati dalla Cina. Il risultato? L’Esercito Arakan è rimasto l’unico membro ancora attivamente impegnato a combattere il Tatmadaw, nello Stato occidentale di Rakhine. In aggiunta troviamo milizie sparse pro democrazia, note come Forze di Difesa del Popolo, molte delle quali affiliate al governo ombra di Unità Nazionale, organizzate da ex membri del partito di Suu Kyi.

Il capo militare della giunta, Min Aung Hlaing, ha invitato i ribelli a nuovi colloqui di pace, includendo tanto le organizzazioni armate etniche che le citate Forze di Difesa del Popolo. Non è stato menzionato il Governo di Unità Nazionale, che ha subito definito l’offerta come “volta a prolungare la sottomissione del popolo sotto il regime militare”. La vaga proposta, ha scritto il quotidiano statale Global New Light of Myanmar, prevede che i gruppi anti governativi avessero tempo fino al 31 luglio per partecipare ai colloqui di pace, con la precisazione che non avrebbero dovuto presentare “richieste irrealistiche”.

Nel frattempo, nel tentativo, forse, di placare l’opposizione, l’esercito ha annunciato il trasferimento di Aung San Suu Kyi dal carcere (dove dal 2022 doveva scontare 33 anni di reclusione) agli arresti domiciliari. Sul campo di battaglia, intanto, la giunta ha lanciato un’offensiva su larga scala a Sagaing per tentare di riconquistare la città settentrionale di Indaw, ma sul versante orientale deve difendersi per respingere l’avanzata dell’Esercito di Liberazione Nazionale Karen.