Guerra in Myanmar, così la giunta pianifica l’offensiva finale

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Negli ultimi cinque anni la guerra in Myanmar ha provocato oltre 100.000 morti. Dal colpo di Stato dei militari del 2021 a oggi, ha sottolineato l’organizzazione Armed Conflict Location & Event Data (Acled), all’interno del Paese si sono registrate per l’esattezza 100.114 “vittime legate al conflitto”.

Si tratta di una catastrofe umanitaria quasi senza precedenti destinata presumibilmente a peggiorare fino a quando gli scontri tra l’esercito (il Tatmadaw), le Forze di difesa popolare (Pdf, filo democratiche) e i gruppi armati delle frammentate minoranze etniche locali non arriveranno a un punto di svolta.

Di recente le forze governative hanno lanciato molteplici offensive negli Stati di Kachin, Chin e Karen, prendendo di mira le aree di estrazione di Terre Rare situate nei pressi del confine con la Cina, nonché le principali rotte commerciali lungo le frontiere condivise con India e Thailandia.

Se il fronte strategicamente più sensibile si trova nel Kachin settentrionale, dove viene prodotta circa la metà degli elementi delle Terre Rare pesanti a livello mondiale, quello nel Karen potrebbe rivelarsi un punto di svolta altrettanto decisivo per l’evoluzione del conflitto.

L’importanza dello Stato del Karen

La Karen National Union (Knu) è il più antico gruppo armato etnico del Myanmar. Dalla fine degli anni ’40 combatte contro il governo centrale, tra timide aperture e momenti di intensa crisi, per ottenere l’autonomia dell’intero Stato del Karen. Questa fazione, che controlla un territorio non irrilevante nel sud-est del Paese nel quale amministra intere comunità, riscuote le tasse e fornisce servizi pubblici, deve fare i conti con la dura offensiva orchestrata dall’esercito birmano.

Affidandosi alla potenza aerea e a improvvisi raid effettuati con caccia e bombe, il Tatmadaw ha colpito bersagli militari ma anche, spiegano i ribelli, infrastrutture civili come ospedali, scuole ed edifici religiosi. Secca la replica della giunta: i siti colpiti erano utilizzati dai guerriglieri come basi o rifugi. Ma perché l’esercito sta concentrando qui gran parte dei suoi sforzi?

Come ha spiegato il think tank Crisis Group, l’autostrada che collega le città di frontiera di Payathonesu e Kyainseikgyi, e che taglia in due il distretto di Dooplaya, è diventata un importante crocevia dell’economia di guerra del Myanmar. Il suo controllo è però conteso da molteplici attori: dalla Knu ma anche dal Democratic Karen Benevolent Army (Dkba), un gruppo armato rivale del Knu, e dal Tatmadaw.

Per il governo stroncare la resistenza nel Karen significherebbe blindare la porta terrestre verso la Thailandia, e cioè uno dei maggiori partner commerciali del Myanmar. Un vantaggio non certo da poco.

L’offensiva finale della giunta

L’offensiva della giunta è durissima anche nello Stato di Chin. Salai Van, portavoce del Chin National Front, ha dichiarato a Reuters che i suoi combattenti si sono ritirati da Falam e Tonzong a seguito dei pesanti bombardamenti aerei da parte dell’esercito.

Questi ultimi blitz stanno intensificandosi dopo che l’ex capo della giunta militare Min Aung Hlaing, ora presidente del Paese, lo scorso 21 aprile ha invitato i gruppi ribelli ad avviare colloqui di pace entro 100 giorni. Il tempo stringe e diverse fazioni hanno già respinto l’offerta, adducendo una profonda sfiducia nei confronti della giunta.

Le forze anti governative sono e saranno sempre più sotto pressione. Reagire, per loro, sarà complicato in primis perché non hanno accesso a una stabile fornitura di armi (il mercato nero proveniente dalla Cina è stato represso da Pechino) e poi perché il Tatmadaw, come detto, può contare sulla potenza aerea.

La sensazione è che la guerra in Myanmar sia passata da essere una guerra civile a una guerra di logoramento, e che adesso si stia trasformando sempre di più in una lotta per il controllo dei valichi di frontiera più rilevanti, delle rotte commerciali e delle risorse naturali. I gruppi ribelli vogliono mantenere i propri territori mentre l’esercito punta a stroncare la resistenza con un’offensiva finale.