Ci sono conflitti che attirano l’attenzione del mondo e altri che, nonostante la loro brutalità, restano confinati nelle pagine meno lette dei giornali. Quello che sta accadendo nell’Est della Repubblica Democratica del Congo (RDC) appartiene alla seconda categoria. Mentre i riflettori internazionali sono puntati su Gaza, l’Ucraina o Taiwan, un’altra guerra si sta consumando nel cuore dell’Africa, con il Ruanda, l’Uganda e la RDC che giocano una partita pericolosa tra alleanze instabili, ribellioni sostenute dall’esterno e rivalità mai sopite.
L’incontro tra il presidente ruandese Paul Kagame e il capo delle forze armate ugandesi, Muhoozi Kainerugaba, non è stato un semplice evento diplomatico. È il segnale che il fragile equilibrio tra questi due Paesi sta nuovamente oscillando, proprio mentre la ribellione dell’M23 – il gruppo armato accusato di essere il braccio armato di Kigali – continua ad avanzare nell’Est del Congo, mettendo a rischio la stabilità dell’intera regione.
Ruanda e Uganda: amici o rivali?
Per anni, Kagame e il presidente ugandese Yoweri Museveni hanno camminato sul filo del rasoio tra collaborazione e competizione. Entrambi sono arrivati al potere grazie a guerre di guerriglia negli anni Ottanta e Novanta, entrambi hanno trasformato i loro Paesi in regimi autoritari con una forte impronta militare. Eppure, negli ultimi due decenni, si sono trovati più volte su fronti opposti, accusandosi reciprocamente di interferenze, spionaggio e persino di sostenere ribelli nei territori dell’altro.
Nel 2019, il Ruanda aveva persino chiuso il confine con l’Uganda, sostenendo che Kampala stesse ospitando oppositori del regime di Kagame. Il riavvicinamento tra i due Paesi, culminato nella riapertura del confine nel 2022, non ha però risolto le tensioni. L’incontro tra Kagame e Kainerugaba arriva ora in un momento in cui le forze ugandesi sono sempre più coinvolte nel caos congolese, ufficialmente per combattere il gruppo jihadista ADF (Forze Democratiche Alleate), affiliato allo Stato Islamico, ma in realtà in una posizione ambigua rispetto all’M23.
Il ritorno dell’M23 e il coinvolgimento del Ruanda
Il gruppo armato M23, composto prevalentemente da tutsi congolesi, è tornato alla ribalta nel 2021, occupando rapidamente vaste porzioni del Nord e del Sud Kivu, due regioni ricche di minerali preziosi e strategiche per il controllo economico del Congo. Secondo l’ONU e numerosi rapporti indipendenti, l’M23 è sostenuto dal Ruanda, che fornisce armi, addestramento e copertura diplomatica ai ribelli.
Kigali nega, ma la dinamica è chiara: il Ruanda vede l’instabilità nell’Est del Congo come una questione di sicurezza nazionale e preferisce avere un gruppo alleato che controlla il confine piuttosto che rischiare un rafforzamento di gruppi ostili, come le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), composte da ex miliziani hutu responsabili del genocidio del 1994. La strategia di Kagame è semplice: mantenere il controllo indiretto su un’area instabile, garantire un corridoio sicuro per lo sfruttamento delle risorse minerarie (oro, coltan, diamanti) e impedire che l’esercito congolese possa consolidare la sua presenza nella regione.
L’ambiguità dell’Uganda
L’Uganda gioca su più tavoli. Da un lato, ha dispiegato migliaia di soldati nella RDC per combattere l’ADF, dall’altro è stato accusato di tollerare – se non addirittura facilitare – il passaggio dell’M23 attraverso il proprio territorio. Alcuni analisti ritengono che Museveni non voglia un confronto diretto con Kagame e preferisca mantenere un fragile equilibrio tra il supporto a Kinshasa e il non ostacolare eccessivamente l’M23.
L’arrivo delle truppe ugandesi nella città di Mahagi, nella provincia di Ituri, aggiunge un altro tassello alla complessità del quadro. Se ufficialmente l’intervento è stato chiesto dall’esercito congolese per contrastare la milizia CODECO, le preoccupazioni di Kinshasa restano alte. L’ombra di un coinvolgimento ugandese nel supporto ai ribelli M23 aleggia su ogni mossa militare.
La minaccia di una nuova guerra regionale
Ciò che sta accadendo nell’Est del Congo ricorda fin troppo la Seconda Guerra del Congo (1998-2003), quando Ruanda e Uganda invasero la RDC, appoggiando gruppi ribelli e saccheggiando risorse. Quel conflitto, che coinvolse nove Stati africani, fu il più sanguinoso dalla Seconda guerra mondiale, con oltre 5 milioni di morti. Oggi, il rischio è che la storia si ripeta. Se il Ruanda continuerà a sostenere l’M23 e l’Uganda non chiarirà il proprio ruolo nel conflitto, il Congo potrebbe essere costretto a cercare alleanze militari con altre potenze africane. Il presidente congolese Félix Tshisekedi ha già rafforzato i legami con l’Angola e sta cercando sostegno in Sudafrica.
Kinshasa, inoltre, ha aumentato la retorica anti-ruandese, accusando apertamente Kagame di essere un aggressore. A sua volta, il Ruanda continua a giustificare il proprio interventismo con la minaccia rappresentata dalle FDLR. Nel frattempo, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto: milioni di sfollati, massacri indiscriminati, violenze che si susseguono in un ciclo senza fine.
L’Occidente non si impegna
Le potenze occidentali osservano da lontano, senza una strategia chiara. Gli Stati Uniti e la Francia hanno condannato il sostegno del Ruanda all’M23, ma non hanno imposto sanzioni significative. L’ONU, dal canto suo, appare impotente, con una missione di peacekeeping (MONUSCO) incapace di prevenire l’avanzata dei ribelli. Il conflitto in Congo resta una guerra dimenticata, nonostante la sua importanza strategica per le risorse globali. I minerali estratti nell’est del Paese alimentano le industrie tecnologiche di tutto il mondo, dalle batterie agli smartphone, rendendo ipocrita l’atteggiamento delle potenze che da un lato parlano di stabilità e dall’altro continuano a fare affari con governi che beneficiano del caos nella regione.
L’incontro tra Kagame e Kainerugaba non ha portato a un’alleanza formale tra Ruanda e Uganda, ma ha messo in evidenza quanto sia fragile la situazione nella regione dei Grandi Laghi. Il Congo è di nuovo nel mezzo di un gioco geopolitico più grande di lui, con il rischio concreto di un conflitto che potrebbe coinvolgere altri attori regionali. Se il passato è un’indicazione, la comunità internazionale interverrà solo quando sarà troppo tardi. Fino ad allora, le truppe continueranno a muoversi, i ribelli avanzeranno e le popolazioni civili resteranno intrappolate in una guerra che nessuno vuole vedere.