Guerra ibrida? Altro che Russia, tutti a lezione dagli Houthi

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In un precedente articolo si era messo in luce i limiti del concetto di guerra ibrida, una definizione che nell’uso mediatico europeo di questi ultimi anni è servita per descrivere azioni russe, ma che in realtà è confusa nei suoi contenuti e non indica nulla di realmente nuovo né di prettamente russo. Come si evidenziava in quell’articolo, il concetto di guerra ibrida, però, è stato usato in modo più efficace dalla letteratura accademica per descrivere un’altra situazione tattica/strategica che proprio in questi giorni è tornata di grande attualità, ovvero le recenti conquiste degli Houthi in Yemen con le relative conseguenze geopolitiche.

Infatti, l’etichetta di guerra ibrida nacque proprio per indicare, tra altre cose, le aumentate capacità di gruppi irregolari e quindi non-statuali come gli Houthi. Il primo ad analizzare il problema attraverso questa lente interpretativa fu l’analista americano Frank Hoffman che in un saggio del 2006 studiava la guerra tra Israele ed Hezbollah in Libano e ne ricavava che l’efficacia operativa mostrata dal gruppo sciita derivava da alcune “nuove” capacità. In sostanza, si sottolineava come nel contesto del XXI secolo i gruppi irregolari possano sfruttare alcuni elementi, in particolare la moderna tecnologia, per aumentare le proprie capacità operative bilanciando in parte il divario con quelle degli eserciti regolari. Da qui l’aggettivo ibrido, non si tratta di un “semplice” attore non statuale mal armato e addestrato, bensì di un gruppo con armi, tattiche e addestramento più simili agli eserciti regolari. In tale contesto la guerra ibrida serve per designare in modo efficace le trasformazione e le “nuove” capacità di milizie e quindi a individuare una sorta di evoluzione del concetto di guerriglia aggiornandolo al XXI secolo.

Tale schema interpretativo ha funzionato nel sottolineare le capacità di Hezbollah, ma è poi stato impiegato con successo per descrivere le operazioni militari dello Stato Islamico in Iraq e Siria dove furono evidenti le ibridazioni tra un gruppo irregolare come ISIS in grado però di impiegare moderne armi e di innovare visto che fu proprio quel gruppo a impiegare per la prima volta in modo integrato con le operazioni sul campo droni commerciali. L’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas si inserisce perfettamente in questa griglia interpretativa con il gruppo palestinese capace di operare in modo sincronizzato in diversi domini militari e di impiegare armi moderne e relativamente avanzate.

Le strategie degli Houthi


Gli Houthi yemeniti rientrano, pur con alcune differenze, in questa riflessione. Infatti, essi hanno recentemente conquistato la città strategica e portuale di Mokha e conquistato l’isola di Perim, ma tali azioni non sono il frutto del caso, bensì testimoniano capacità strategiche, operative, logistiche e tattiche. Infatti, tali conquiste sono arrivate al termine di alcuni mesi di preparazione che hanno permesso al gruppo, da un lato, di organizzare le proprie forze e la propria capacità di manovra, e dall’altro di sfruttare le debolezze del nemico: fin da agosto gli Houthi avevano ammassato forze e armi vicino a Mokha sia con l’obiettivo di preparasi all’azione sia con lo scopo di indebolire e minacciare le linee logistiche del nemico, ciò ha anche consentito di instillare in quest’ultimo, e nella popolazione locale che lo supportava, un certo sentimento di paura e di confusione che poi ha facilitato la successiva azione militare. Quest’ultima poi è stata rapida in perfetto stile guerrigliero ha sfruttato l’elemento sorpresa per disarticolare il nemico e non affrontarlo frontalmente dove la superiorità negli armamenti avrebbe certamente giocato a loro sfavore.

Da questa breve descrizione emergono due riflessioni più generali. Primo, gli Houthi sono un gruppo non statuale, ma ideologicamente sono compatti e hanno una singola catena di comando, al contrario del governo yemenita riconosciuto internazionalmente che gode di un supporto importante esterno (Arabia Saudita e Stati Uniti), ma tali attori hanno agende politiche e obiettivi divergenti. Ciò porta diverse problematiche non solo in termini di organizzazione delle azioni da compiere sul campo, ma anche in termini di velocità e coerenza della risposta. Nulla di nuovo nella storia militare, ma aspetti cruciali da considerare per un’analisi approfondita.

Ne consegue, inoltre, che gli Houthi non hanno impiegato nuove tecnologie, ma hanno sfruttato la moderna tecnologia a loro vantaggio, si pensi all’impiego dei droni o dei missili per colpire sia il naviglio nello Stretto di Bab-el-Mandeb sia obiettivi sauditi. In questo senso si conferma ormai una realtà delle guerre moderne, ovvero l’ampliamento del campo di battaglia, un qualcosa che fino a pochi anni fa era una possibilità quasi esclusiva di attori statuali dotati di armamento avanzato, ma che oggi, invece, è possibile per molti attori non-statuali, ecco l’elemento ibrido che emerge. Le accresciute capacità militari di questi gruppi sono ormai evidenti e riconosciute, tuttavia il recente abbattimento di un F15 saudita che operava in Yemen non solo è un’ulteriore conferma, ma è anche un campanello di allarme per azioni future più dei droni che colpiscono installazioni militari saudite che sono ormai una costante da anni.

La seconda riflessione è relativa al quadro politico perché gli Houthi fanno parte del cosiddetto Asse della resistenza costruito dall’Iran nel corso degli anni e che include Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Iraq. Con questa rete di alleanze Teheran è stata in grado di alzare sensibilmente il costo delle operazioni contro l’Iran bilanciando la propria inferiorità militare nei confronti di USA e Israele sia perché amplia enormemente il teatro operativo sia perché grazie a questi gruppi riesce a controllare punti strategici per l’economia mondiale mettendo in seria difficoltà i propri nemici.