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Guerra

Guerra Afghanistan-Pakistan: bombe sulla mediazione cinese

la strage, che proprio per la sua portata e per il target interessato, tra i più deprecabili, mina nel profondo la speranza di una riconciliazione e il lavoro in tal senso di Pechino, la cui mediazione è stata bombardata in tempo reale.
Guerra Afghanistan-Pakistan: bombe sulla mediazione cinese

Ieri il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha comunicato che il suo Paese sta mediando tra Afghanistan e Pakistan, in guerra da febbraio, aggiungendo che, a tale scopo, nell’ultima settimana l’inviato speciale di Pechino ha fatto la spola tra i due Paesi.

Stanotte la notizia che il Pakistan avrebbe colpito un ospedale afghano, uccidendo 400 persone e ferendone 250. Strage dettagliata dall’account ufficiale dei talebani e ripresa forse con leggerezza dai media internazionali, dal momento che qualcosa nei numeri non torna perché normalmente, in casi di simili, il numero dei feriti supera quello dei defunti.

Al di là dei numeri, resta la strage, che proprio per la sua portata e per il target interessato, tra i più deprecabili, mina nel profondo la speranza di una riconciliazione e il lavoro in tal senso di Pechino, la cui mediazione è stata bombardata in tempo reale.

E proprio la tempistica desta più di una domanda sull’accaduto. Il Pakistan ha negato la responsabilità dell’attacco, dichiarando che il bersaglio del bombardamento era Camp Phoenix, che si trova a chilometri di distanza dall’ospedale ed è stato colpito, quindi nessun errore.

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Difficile dirimere la querelle, che incendia la stranissima guerra tra talebani e Pakistan che, dopo un periodo di attrito di confine (scaramucce, poco altro) si è infiammata con l’attacco a sorpresa delle milizie afghane del 26 febbraio scorso.

Val la pena accennare alle conflittualità sottese a tale scontro. Il Pakistan è il più stretto alleato di Pechino, essendo uno snodo vitale della Belt and Road Initiative. Si comprende, dunque, perché la Cina sia così interessata a chiudere il conflitto, che peraltro crea instabilità ai suoi confini alla stregua della guerra civile che interessa, al Sud, il Myanmar, che vede gli Stati Uniti aiutare i ribelli contro il governo proprio per questo motivo.

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Inoltre, il Pakistan da tempo si confronta (a volte in modalità simmetrica, spesso asimmetrica) con l’India, che ha forti legami con Israele. Ciò fa sì che la conflittualità permanente tra India e Pakistan interagisca con la più ampia e alterna conflittualità tra Israele e l’ecumene islamica, nella quale Islamabad occupa un ruolo chiave dal momento che ha l’atomica.

Atomica che, con le ambiguità del caso, ha messo a disposizione di Riad con l’accordo di partenariato strategico siglato lo scorso settembre, all’indomani dell’attacco di Tel Aviv contro il Qatar.

Un’iniziativa ha irritato gli Stati Uniti, dal momento che segnalava che Riad, non fidandosi più dello scudo protettivo Usa, si allontanava ancor di più da Washington, processo iniziato con l’adesione ai Brics.

Ma soprattutto ha preoccupato/irritato Israele, dal momento che l’intesa Riad-Islamabad proiettava l’ombra dell’atomica islamica sul Medio oriente, erodendo l’esclusiva di Tel Aviv, che ritiene il suo arsenale nucleare elemento importante per assurgere al ruolo di dominus della regione.

Inoltre, complicava non poco i suoi piani di incenerire l’Iran, dal momento che lo scorso giugno, nel corso dell’attacco israeliano contro Teheran, Islamabad ha sostenuto attivamente l’Iran. Un convitato di pietra che ha posto vere o percepite criticità soprattutto sull’eventuale utilizzo delle testate atomiche contro Teheran da parte di Israele, opzione non brandita ma che esiste, allora come ora.

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Non si tratta di una nostra supposizione, dal momento che ieri Trump ha dichiarato che “Israele non userebbe mai le sue armi nucleari“; parole che sottendono come in qualche ambito si stia parlando di tale eventualità.

Il conflitto con i talebani, dunque, ha in qualche modo alleggerito Israele nella sua nuova avventura contro Teheran, dal momento che, data la situazione, Islamabad deve occuparsi di altro che non dell’Iran.

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Da notare che il citato accordo tra Pakistan e Arabia Saudita sembra aver destato preoccupazione anche in India, come rilevava al tempo la Reuters, ripresa dal Jerusalem Post.

Così veniamo a giorni più recenti, cioè alla visita del premier indiano Narendra Modi in Israele, nella quale il partenariato tra i due Paesi è diventato più stretto. La tempistica desta certa curiosità: durata due giorni, si è conclusa il 26 febbraio, il giorno dell’attacco dei talebani al Pakistan che ha scatenato il conflitto e due giorni prima dell’attacco israeliano a Teheran.

Al di là della citata tempistica, resta che l’India è un gigante di difficile gestione, sia a livello orizzontale, a motivo dell’estensione territoriale, sia verticale, con apparati che spesso sfuggono al controllo del potere centrale, e che l’adesione ai Brics e l’alleanza con la Russia rende prossimo all’Iran, mentre l’antagonismo con la Cina lo allontana.

Questo il quadro, resta l’attacco all’ospedale di stanotte e la sua incerta paternità, dal momento che non possiamo prendere per certa la versione afghana (peraltro, i media che oggi l’accreditano non l’avrebbero mai fatto in precedenza, quando i talebani erano considerati terroristi). Né possiamo accogliere senza riserve il diniego pakistano.

Resta la possibilità di un attentato consumato all’interno del malmostoso ambito talebano, abitato da fazioni diverse e diversamente infiltrato, con i talebani che stanno strumentalizzando l’accaduto a fini di propaganda.

Una nota a margine: da un certo momento in poi, cioè dal genocidio di Gaza, per l’Occidente gli ospedali non sembrano più protetti da linee rosse. Lo si nota dalla facilità con cui sono stati colpiti gli ospedali iraniani e libanesi, ma anche il recente attacco a un ospedale russo da parte degli ucraini – dieci gli operatori sanitari uccisi – che, a differenza di altri pregressi, sembra sia stato deliberato.

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In tanta incertezza, l’unica certezza è che la Cina, che sperava di chiudere la guerra che sta mettendo in difficoltà i suoi partner di Islamabad e di evitare un’ulteriore destabilizzazione ai suoi confini, vede incrinarsi tale possibilità. Altra criticità che si somma a quella dell’attacco all’Iran, altro suo alleato di rilievo.

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