Ad appena due anni dall’ultimo golpe, il Sudan vede di nuovo la sua capitale messa a ferro e fuoco dalle forze armate. A seminare il panico sono le Rapid Support Forces (Rsf), che si contendono il palazzo presidenziale e le sedi delle reti delle comunicazioni con l’esercito regolare; gli scontri hanno già causato oltre 180 vittime civili. La prospettiva del passaggio dei poteri ad un governo civile si allontana, mentre il Paese si avvicina pericolosamente sulla guerra civile.

Chi sono le milizie che stanno combattendo in Sudan

Le Rapid Support Forces, che oggi contano circa 100mila combattenti in tutto il Sudan, sono nate nel 2013 come evoluzione della famigerata milizia Janjaweed, che a partire dal 2003 ha combattuto in Darfur per reprimere una ribellione contro il governo di Khartoum. Quelle azioni militari sono valse all’allora presidente Omar al-Bashir e ai leader Janjaweed svariate accuse di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e di genocidio da parte della Corte Penale Internazionale. Diversi osservatori dei diritti umani affermano che tra il 2003 e il 2008, nell’Ovest del Paese, gruppi militari e paramilitari inviati dal governo hanno saccheggiato e bruciato villaggi interi abitati da comunità principalmente non-arabe. In quel periodo, l’esercito regolare attaccava i ribelli con incursioni aeree e artiglieria pesante. La velocità d’azione da terra era fondamentale negli attacchi nelle aree aride e rurali della regione occidentale; sono così diventate tristemente celebri le immagini dei combattenti Janjaweed prima, e Rsf poi, armati di mitra sul dorso di cavalli o cammelli o nel cassone di pick-up, che miravano a ribelli e civili senza distinzioni. In quell’occasione, la milizia aveva costituito un elemento chiave nella permanenza al potere del governo Bashir.

L’eredità di al-Bashir

Gli eventi di questi giorni sono più facilmente interpretabili rivolgendo lo sguardo al passato recente. Nei suoi ultimi anni al potere, il presidente al Bashir ha fatto quello che Alan Boswell, direttore del Progetto per il Corno d’Africa del Crisi Group, ha definito coup proofing, ovvero “impermeabilizzazione ai colpi di stato”. Per cementare la sua permanenza al potere, preoccupato che gli organi di sicurezza potessero diventare abbastanza forti da sfidarlo, al-Bashir ha permesso la proliferazione di gruppi armati e centri di potere locali che era convinto (ingenuamente, come la storia seguente avrebbe dimostrato) di poter controllare. Così, il rovesciamento del suo regime ha lasciato dietro di sé una grande confusione in termini di corpi armati e istituzioni di sicurezza; il rischio che le diverse componenti si potessero scontrare era infatti preannunciato da tempo.

La dimensione quasi commerciale nella quale si era super-sviluppato l’apparato di sicurezza statale è stato uno dei motivi principali del colpo di stato 2021. Il primo ministro ad interim Abdalla Hamdok, incaricato di traghettare il Paese ad un governo civile, avrebbe dovuto riorganizzare la forze di sicurezza, ma i capi militari che avevano tratto tanto profitto dalla loro posizione non erano pronti a lasciarla.

Il problema che si ripropone oggi è, mutatis mutandis, lo stesso: il nodo principale su cui si scontrano le formazioni rispettivamente fedeli al presidente Abdel Fattah al-Burhan (l’esercito regolare, Sudanese Armed Forces) e al vice presidente Mohamed Hamdan Dagalo – comunemente noto come Hemeti (le Rapid Support Forces appunto) è che per attuare la transizione ad un governo civile promessa dalla giunta di al-Burhan, la riorganizzazione delle forze armate rappresenta una condizione necessaria. Questa comporterebbe l’integrazione delle Rsf nell’apparato di sicurezza statale, ma il disaccordo sul come e quando effettuare questa operazione è tale da trascinare il Paese in una guerra civile.

Chi è il generale Hemeti

Come riportato dal Washington Post, il leader del gruppo armato, Hemeti, è di umili origini, cresciuto come allevatore di cammelli in una tribù del Darfur. Originariamente aveva preso parte alla ribellione lui stesso, per poi passare dalla parte di governo di Khartoum come militare. Sotto la sua guida, le Rsf si sono velocemente trasformate in una potente milizia di mercenari, che negli anni è stata schierata in Yemen nelle fila della coalizione a guida Saudita, e in Libia al soldo degli Emirati Arabi Uniti. L’ambizione di Hemeti a guadagnare influenza a livello regionale lo ha portato a collaborare anche con il gruppo Wagner: la compagnia russa gli ha garantito un dispositivo di sicurezza necessario a proteggere il suo business di estrazione aurifera nel sud del Sudan.

La milizia che fa capo ad Hemeti è cresciuta velocemente negli ultimi anni: presentandosi come protettore dei sudanesi a lungo trascurati dal governo di Khartum, il vice presidente ha condotto una campagna di reclutamento particolarmente fruttuosa nelle aree occidentali del Sudan, in quelle più povere vicine al Mar Rosso e lungo il confine con il Sud Sudan, ingrossando di molto le fila delle Rapid Support Forces.

04 agosto 2019, Khartum, Sudan. Il vicepresidente del Comitato Militare di Transizione Mohamed Hamdan Dagalo (Hemeti) EPA/MARWAN ALI

L’evoluzione del corpo paramilitare

Già nel 2010, la milizia operava parallelamente alle forze di sicurezza regolari come unità di risposta rapida. Gli ex-Janjaweed venivano inviati dal presidente al-Bashir anche oltre il Darfur per rispondere alle violenze tribali lungo i confini del Sudan. Il corpo ha sempre avuto un’impronta clientelare: per cementare la fedeltà dei combattenti, il presidente era solito ricompensare i comandanti con premi personali, che li hanno resi negli anni molto ricchi e potenti. Tuttavia, le élite militari tradizionali delle Sudanese Armed Forces guardavano ai membri Rsf come rozzi allevatori e combattenti di seconda classe. La competizione per il primato tra le diverse componenti armate era chiara già durante il regime Bashir, ma funzionale agli scopi del Presidente.

Tuttavia, nel colpo di Stato del 2019 che ha rovesciato la dittatura al Bashir le due forze hanno cooperato. E sempre insieme sono stati schierati, sia nel 2019 che nel 2021, per sedare le proteste pro-democrazia che avevano seguito i colpi di stato dell’esercito. Già prima degli scontri di questi giorni, le stime parlavano di più di un centinaio di attivisti uccisi sia dalle Rsf che dall’esercito regolare, e centinaia di altri arrestati e mai condotti a processo. Per quattro anni, i due schieramenti armati sono riusciti a collaborare per mantenere le proprie posizioni di potere, ma il 15 aprile la tensione è infine scoppiata in scontro aperto.

Includendo una forza aerea – seppur esigua – l’esercito regolare sudanese ha un vantaggio materiale sulle Rsf, e a detta degli esperti è meglio posizionato per difendere infrastrutture chiave. Dal momento che le Rsf hanno tradizionalmente combattuto in aree rurali, i suoi combattenti non sono ben addestrati per la guerra urbana in una città densamente popolata come Khartoum. Infatti, già domenica 16 aprile l’esercito regolare sembrava avere la meglio nella capitale, avendo colpito numerosi obiettivi Rsf con raid aerei.

La trappola sudanese

L’esercito regolare e le Rsf sono ora ai ferri corti perché hanno visioni diverse su come consolidare il proprio potere. Secondo Kholood Khair, direttrice di un think tank che studia la transizione sudanese, la realtà è che nessuno nei due è disposto a rispettare forme di controllo democratico né ha intenzione di improntare una riforma della sicurezza, elementi che limiterebbero di molto il loro potere. L’analista politica sudanese aggiunge che è possibile che i due abbiano fomentato l’escalation proprio per ottenere concessioni dalle fazioni pro-democrazia per poi ridimensionare il conflitto con un margine d’azione più ampio di prima, e meno pressione internazionale.