Da Ankara, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che il memorandum d’intesa siglato con l’Iran per porre fine al conflitto è «da considerarsi concluso», precisando di non voler più avere alcun dialogo con Teheran. L’accordo di cessate il fuoco provvisorio, stipulato tra Washington e Teheran sotto la mediazione del Pakistan, avrebbe dovuto garantire un periodo di 60 giorni per avviare i negoziati su un’intesa permanente.
Tuttavia, i colloqui indiretti in Qatar si sono conclusi con un nulla di fatto, mentre gli attacchi Usa all’Iran hanno definitivamente archiviato l’accordo. Il Golfo è di nuovo in fiamme.
L’ultimo episodio si traduce in un estenuante scambio di accuse e in un continuo rimpallo di responsabilità tra le parti. Gli Stati Uniti hanno effettuato martedì una nuova ondata di attacchi aerei contro obiettivi in Iran, in risposta, secondo Washington, ai recenti attacchi contro il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz. L’operazione, annunciata dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), rappresenta un passo significativo nelle tensioni tra Washington e Teheran e rischia di far collassare definitivamente il Memorandum che prevede lo stop agli attacchi diretti, la riapertura (condizionata) dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale e l’avvio di veri negoziati.
Secondo quanto riportato dal Centcom, i raid – definiti «potenti» – sono stati condotti per colpire siti militari. Le autorità iraniane hanno tuttavia fornito una versione differente: l’emittente statale Irib ha dichiarato che «la maggior parte degli attacchi» avrebbe invece interessato «aree civili». La stampa iraniana ha confermato esplosioni in diverse località costiere, tra cui l’isola di Qeshm, i porti di Bandar Abbas e Sirik, e più recentemente anche nella città meridionale di Bushehr. L’agenzia Mehr ha invece smentito le notizie relative a un attacco all’isola di Kharg.
“Azione punitiva contro l’Iran”
Fonti ufficiali statunitensi, citate da Cnn e Axios, hanno precisato che i bombardamenti di martedì non sono stati concepiti come una risposta «proporzionale», ma piuttosto come un’azione punitiva. Un funzionario americano ha dichiarato alla Cnn che gli attacchi «non finiranno per un po’», mentre un’altra fonte ha riferito ad Axios che l’entità dei raid è da quattro a cinque volte superiore rispetto ai bombardamenti condotti circa dieci giorni fa sulle coste iraniane. Secondo quanto riportato da Axios, il presidente Donald Trump avrebbe approvato l’operazione durante un incontro con i suoi principali collaboratori a margine del vertice Nato in corso ad Ankara.
Parallelamente all’azione militare, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha revocato le esenzioni sulle sanzioni petrolifere concesse all’Iran in base al Memorandum d’Intesa (MoU) siglato tra le due parti. La revoca indebolisce ulteriormente l’accordo, che già appariva piuttosto indebolito.
I raid di martedì sono stati preceduti da almeno tre attacchi con droni contro navi cisterna nello Stretto di Hormuz. Sebbene nessuna formazione abbia rivendicato ufficialmente la responsabilità degli attacchi alle petroliere, questi si sono verificati a breve distanza da un avvertimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), che aveva minacciato di agire contro le navi che avessero attraversato lo Stretto senza coordinarsi con le autorità di Teheran.
Le autorità iraniane hanno ribadito che, secondo i termini del MoU, l’Iran è l’unico responsabile della gestione del traffico nello Stretto e che eventuali transiti al di fuori dei canali approvati costituiscono una violazione dell’accordo. Peraltro, in precedenza, gli Stati Uniti avevano bombardato l’Iran in risposta ad attacchi contro petroliere che avevano tentato di attraversare la rotta in assenza dell’autorizzazione iraniana. In merito alla revoca delle esenzioni, un funzionario statunitense ha dichiarato ad Al Arabiya che l’Iran potrà «raccogliere i benefici» del MoU solo a condizione di «mostrare buon comportamento». Lo stesso funzionario ha definito le azioni di Teheran «del tutto inaccettabili» e ha aggiunto che saranno seguite da «conseguenze».
Le reazioni di Qatar, Arabia Saudita e Nato
Tra le navi colpite martedì figura la Al-Rekayyat, una cisterna qatariota per il trasporto di Gnl. Doha ha condannato fermamente l’accaduto attribuendo la responsabilità all’Iran. Il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al Ansari, ha scritto su X chiedendo «alla Repubblica Islamica dell’Iran di cessare immediatamente tutte le pratiche che minano la sicurezza regionale o minacciano la sicurezza della navigazione marittima internazionale» e di «astenersi dal mettere a repentaglio le forniture energetiche globali».
Anche l’Arabia Saudita ha accusato Teheran di aver colpito una propria nave cisterna. Il Ministero degli Esteri saudita, citato da Al Jazeera, ha invitato le autorità iraniane a porre fine alle «pratiche che minacciano la navigazione marittima internazionale e le forniture energetiche globali».
Sul fronte internazionale, il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, ha difeso i raid statunitensi. Intervenendo mercoledì alla vigilia del vertice dei leader dell’alleanza ad Ankara, Rutte ha definito l’operazione «assolutamente necessaria» alla luce delle violazioni del cessate il fuoco attribuite all’Iran. «Quando si ha un cessate il fuoco e l’Iran lo sta sostanzialmente violando”, ha dichiarato, “è fondamentale che gli Stati Uniti reagiscano con forza».
La risposta di Teheran non si è fatta attendere: ancora una volta, i Pasdaran hanno preso di mira le basi statunitensi nella regione. In Bahrein, il Ministero dell’Interno ha lanciato un immediato appello alla popolazione affinché si mettesse al riparo, mentre le sirene antiaeree hanno cominciato a ululare in tutto il Paese. L’allarme è scattato in concomitanza con il nuovo annuncio dell’Irib, la televisione di Stato iraniana, che sul proprio account X ha confermato l’inizio di una seconda ondata di attacchi missilistici contro gli obiettivi americani nel territorio del Bahrein.
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