Circa settemila persone da cinquantaquattro Paesi si incontreranno al Cairo il 12 giugno e marceranno insieme verso Rafah per chiedere l’apertura del valico e la fine dell’assedio: è la Marcia Globale verso Gaza, in collaborazione con la Freedom Flotilla Foundation e la Madleen, che invece avrebbe dovuto raggiungere il valico di Rafay via mare, se non fosse stata bloccata da Israele in acque internazionali.
A marciare ci saranno anche cittadini italiani guidati dalla reporter e referente italiana del movimento Antonietta Chiodo, che intervistata per Inside Over, definisce la Marcia “un movimento che nasce dal basso, con rappresentati della società civile e senza alcuna Ong all’interno”. Attivisti, operai, studenti, fotografici, baristi, grafici, avvocati, giornalisti e medici, alcuni di loro in passato hanno anche lavorato nella Striscia di Gaza. Persone comuni, dunque, unite da “tutti i pezzi della rabbia che noi abbiamo tirato fuori attraverso il dolore dell’impotenza” dichiara Chiodo. Tra di loro, appunto, molti hanno visto e vissuto la Palestina e i soprusi israeliani da ben prima del 2023. La stessa referente, Antonietta Chiodo, ha vissuto in Palestina per molto tempo e ha lavorato a lungo con il popolo palestinese, soprattutto con bambini della Cisgiordania occupata arrestati dalle forze israeliane. “Li i bambini si vedevano già morti o arrestati, quando sono arrivata disegnavano mani dietro le sbarre, sangue e coltelli. Quando me ne sono andata disegnavano arcobaleni”.
“Non si può più restare a guardare”
Questi ultimi due anni però, il genocidio di Gaza ha abitato i telefoni di tutti e le coscienze di pochi, ora dunque la società civile vuole rispondere con un movimento pacifico, apolitico e indipendente. “Ci siamo resi conto che è arrivato un momento in cui doveva intervenire il popolo. Non si può più restare a guardare. Siamo in un periodo storico in cui, per la prima volta, Internet ci ha costretti ad assistere – in diretta, senza filtri – a un genocidio. Abbiamo guardato immagini devastanti, che ci hanno toccato profondamente. Immagini che non ci lasciano più. Abbiamo visto scenari disumani, una vera carneficina. Abbiamo visto il dramma di padri, di madri, di famiglie intere. Quel padre, subito dopo il 7 ottobre… non ce lo dimenticheremo mai. Portava i resti del proprio figlio in un sacchetto. Non sapeva cosa fare, ma lo portava all’ospedale. Anche se ormai era solo un sacchetto. E voleva comunque, in qualche modo, salvarlo. Sono scene che ci hanno distrutto dentro. Abbiamo visto medici costretti ad amputare arti senza anestesia. Li abbiamo visti piangere, impotenti, perché privi dei mezzi per salvare vite. Tutto questo è avvenuto sotto i nostri occhi. E non possiamo fingere di non aver visto. Purtroppo, queste immagini hanno scosso le coscienze, e lo faranno ancora. Che ce ne rendiamo conto ora o tra dieci anni, poco importa. Perché quelle esecuzioni, quei bambini fatti a pezzi, quel sangue… la società civile ne è uscita traumatizzata. E quel trauma ci accompagnerà a lungo. Non possiamo più restare in silenzio” racconta la referente Chiodo.
Come racconta Antonietta Chiodo, Israele fin dalle prime risoluzioni ONU dichiarava di non avere linee rosse e nessuno si è reso conto della portata di quell’affermazione. Il diritto internazionale ha cercato di imporsi e nessuno si è reso conto che gli stavano togliendo potere. “Adesso siamo andati oltre, però. È arrivato quel momento in cui le persone si sono rese conto che possono fare qualcosa. Quindi questo marciare vuole dare voce alla società civile, fuori dalla politica, fuori dalle stanze del potere, ma comprendere che le persone hanno ancora diritto di parola, hanno una scelta, la possono imporre quella scelta. E i Governi non possono solamente far finta di nulla o stare a guardare. Ma devono accettare che per la prima volta nella storia cinquantaquattro nazioni si ritroveranno insieme lo stesso giorno al Cairo per chiedere l’apertura del valico di Rafah, la fine dell’assedio e il riconoscimento dello Stato della Palestina”.
Il silenzio della politica
Durante questi mesi di preparazione, la marcia non ha ricevuto attenzione né da parte della politica né dei media. Alla domanda sul sostegno istituzionale e mediatico, la referente Chiodo ha risposto chiarendo la situazione. “La politica ci ha palesemente abbandonati, ci ha ignorati e noi non avremo un parlamentare che marcerà con noi. Abbiamo trovato un piccolo sostegno proprio in questi giorni con dei giovani politici, che però anche loro dicevano di non sapere di questa marcia. Abbiamo avuto un contatto con la Farnesina, ma non ci ha fornito particolari rassicurazioni. Al contrario, ci è stata chiaramente espressa una presa di distanza nei confronti della marcia, che non era ben accolta. Durante una nostra riunione, la Farnesina ha dichiarato che l’iniziativa non risultava autorizzata, pur precisando che, ad oggi, da parte dell’Egitto non è mai arrivato un diniego ufficiale. Hanno inoltre affermato di non potersi assumere la responsabilità di eventuali conseguenze, in quanto la Marcia si svolgerebbe su un territorio dove, formalmente, manca un’autorizzazione. Tuttavia, ribadiamo che, allo stato attuale, non vi è alcuna comunicazione ufficiale che confermi la mancata autorizzazione da parte dell’Egitto”. Al contrario, i rappresentati istituzionali dell’Egitto si sono mostrati a favore della marcia ed anche riconoscenti con gli organizzatori.
Di fronte al fragoroso silenzio delle istituzioni e della stampa, Antonietta Chiodo rievoca le parole di Julian Assange: ‘Se vogliono distruggere una notizia, un’iniziativa o una persona, semplicemente la fanno sparire nel silenzio’. Parole che sembrano descrivere perfettamente l’indifferenza e l’immobilismo con cui, da sempre, vengono affrontate le violazioni dei diritti del popolo palestinese.
Nonostante il silenzio, la Marcia si farà. Il 12 giugno, oltre settemila persone provenienti da cinquantaquattro Paesi – dall’Italia al Giappone, dalla Tunisia all’Indonesia – si ritroveranno all’aeroporto del Cairo. Da lì, il gruppo proseguirà in autobus fino ad Al Arish e successivamente a piedi fino al valico di Rafah, previsto tra il 15 e il 16 giugno. La Marcia sarà accompagnata da un camion con scorte d’acqua, saranno presenti servizi igienici e l’assistenza della Mezzaluna Rossa per eventuali emergenze sanitarie. Una volta raggiunta la destinazione, i partecipanti si accamperanno per alcuni giorni in tende da 12 posti, che al termine della Marcia verranno donate alla popolazione di Gaza. Durante i giorni di accampamento si terranno conferenze, alle quali parteciperanno anche persone evacuate da Gaza, invitate a condividere le loro testimonianze.
“Insieme per una marcia via terra e per via mare. Persone da cinquantaquattro nazioni hanno deciso nello stesso giorno di convogliare proprio nello stesso punto per mandare un messaggio: Palestina Libera”.