Si rincorrono in queste ore le voci di unospostamento delle truppe Usa dall’Iraq all’Afghanistan come parte della nuova strategia americana per il Medio Oriente e l’Asia centrale. Fino ad ora non sono arrivate conferme né smentite da parte americana. A rendere noto questo cambiamento dello scacchiere militare americano in Medio Oriente sono state per adesso solo fonti dell’esercito iracheno. La decisione sarebbe in linea con un accordo raggiunto tra Baghdad e Washington dopo l’annuncio del governo di al-Abadi della completa liberazione dell’Iraq dai terroristi di Daesh. Un annuncio cui per non ha seguito una reale pacificazione del Paese dal momento che gli scontri fra jihadisti ed esercito iracheno continuano, seppur con minore intensità rispetto ai mesi precedenti. In un comunicato, un consigliere per la sicurezza del governo iracheno ha spiegato che la coalizione internazionale a guida Usa avrà come compito quello di addestrare le forze irachene e supportarle nelle ultime operazioni contro il terrorismo. Per questo motivo, il Pentagono avrà bisogno di una minore quantità di truppe – sembra che ne rimarranno 4mila – che invece potranno essere dislocate altrove.
Usa Today, citando i contractors occidentali impiegati in Iraq, conferma quanto sostenuto dal governo iracheno sul prossimo ritiro delle truppe Usa e aggiunge che queste si stanno già spostando in Afghanistan come risultato della nuova strategia di Donald Trump per il rafforzamento del fronte afghano e della lotta a talebani e Stato islamico. Secondo la testata americana sarebbero già alcune decine i soldati delle truppe statunitensi trasportate in elicottero dall’Iraq all’Afghanistan e i movimenti descritti da Associated Press nella base militare irachena di Al-Asad confermerebbero quanto detto. “Abbiamo avuto un recente cambio di missione e sosterremo un altro teatro di operazioni nel prossimo mese”, ha detto il comandante dell’esercito americano William John Raymond all’Ap presso la base di Al-Asad. E queste parole sono arrivate mentre lui e un gruppo di soldati della sua unità realizzavano l’inventario delle attrezzature necessarie prima di lasciare l’Iraq. Raymond ha rifiutato di specificare dove andasse la sua unità perché le informazioni non sono ancora state rese pubbliche. Tuttavia la destinazione afghana sembra ormai certa.
In vista delle elezioni irachene previste per maggio, la presenza indefinita delle truppe statunitensi nel Paese continua a essere un problema di divisione delle fazioni che si contendono il potere. Al-Abadi ha lottato per bilanciare gli interessi in competizione tra Iran e Stati Uniti, entrambi alleati fondamentali durante le fasi cruciali della guerra allo Stato islamico. Le milizie sciite legate a Teheran hanno un enorme peso nella politica irachena anche grazie ai loro risultati sul campo che hanno permesso all’esercito iracheno di riprendere il controllo di alcune aree del Paese durante la fase più delicata del conflitto, quando sembrava che il Califfato dovesse conquistare palmo a palmo tutto il territorio iracheno. Gli Stati Uniti, parallelamente, hanno supportato le forze di Baghdad nella grande battaglia di Mosul, che è stata una delle principali sconfitte dell’esercito di al-Baghdadi. Ma adesso gli sciiti chiedono che le truppe Usa smantellino, vista anche la loro presenza in prossimità del confine iraniano. “Questo è un messaggio per coloro che dubitano delle decisioni del governo riguardo alla presenza degli americani: ci sono regole e la promessa di un ritiro”, ha detto il consigliere del governo, al-Hadithi. Ma alcuni membri della comunità sunnita irachena vedono la presenza degli Stati Uniti in Iraq come cuscinetto contro la possibilità che il governo centrale scivoli verso l’influenza iraniana. Fahad al-Rashed, un membro del consiglio della provincia di Anbar, a maggioranza sunnita, ha dichiarato che “il ritiro è un’abdicazione di responsabilità da parte della coalizione” e che i funzionari locali di Anbar avrebbero chiesto agli Stati Uniti di riconsiderare la decisione.
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Il colonnello Ryan Dillon, portavoce americano della coalizione internazionale, ha deciso finora di non confermare né smentire lo voci di del ritiro graduale dall’Iraq, ribadendo anzi che il numero dei soldati impiegati nel Paese mediorientale dipenderà inevitabilmente dalla situazione sul terreno. “La presenza della coalizione in Iraq si baserà sulle condizioni, sarà proporzionale alle esigenze e in coordinamento con il governo iracheno” ha scritto il colonnello in un tweet. “Cinguettio” che non è piaciuto al portavoce militare delle brigate irachene di Hezbollah, Jaafar al-Husseini, il quale, al canale libanese Al Mayadeen ha detto che qualsiasi presenza militare americana in Iraq equivale a un’occupazione. Un segno tangibile del fatto che lo scontro sull’Iraq fra Teheran e Washington appare tutt’altro che concluso.
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