Gli Stati Uniti hanno iniziato un graduale ritiro delle batterie Patriot dal Medio Oriente. Il primo a rivelare il nuovo piano Usa era stato il Wall Street Journal, secondo cui il Pentagono aveva infatti già iniziato i lavori per smobilitare otto batteria antimissili da Arabia Saudita, Giordania, Iraq e Kuwait oltre a un sistema Thaad sempre dal territorio saudita. Ipotesi confermata a France Press dal comandante Jessica McNulty, portavoce del Pentagono.

Naturalmente questo non significa che gli Stati Uniti stiano iniziando un grande ritiro dal Medio Oriente. Nella regione rimangono migliaia di uomini, basi navali e aeree, centri di addestramento, comando delle forze speciali e vari contingenti dislocati in diversi fronti. Tuttavia il segnale inviato non tanto ai Paesi coinvolti nel ritiro quanto all’Iran è quello di mostrare una sorta di allentamento delle tensioni. Provare a far capire che si è disposti al dialogo, pur da un punto di forza, e raggiungere quell’accordo sul nucleare che per Joe Biden è ancora adesso il primo pallino dell’agenda estera democratica.

Un segnale di distensione che potrebbe anche essere accolto con poco favore da parte degli alleati mediorientali Usa, preoccupati dal fatto che Washington possa facilmente ridurre il suo ombrello protettivo in base alle esigenze della propria amministrazione. Per questo motivo, un funzionario Usa ha ribadito al Wall Street Jorunal che “abbiamo ancora le nostre basi nei Paesi dei nostri partner del Golfo, non stanno chiudendo, c’è ancora una presenza sostanziale e una posizione sostanziale nella regione”.

Ma è un punto su cui l’agenda Usa sembra abbastanza lineare: passare dalla massima pressione ai segnali di intesa è un atteggiamento che caratterizza la recente strategia americana. E lo conferma il fatto che se la presidenza Trump ha voluto utilizzare lo strumento dell’assedio militare e degli accordi con i vari partner regionali tesi a isolare l’Iran, Biden ha preferito da subito un’altra tattica sfruttando anche gli effetti di sanzioni e isolamento creati dal suo predecessore.

Questa decisione, unita alla volontà di rafforzare i partner evitando un coinvolgimento diretto delle proprie truppe, ha reso possibile questo nuovo scenario in cui gli Usa si sentono autorizzati a spostare le proprie forze in un Medio Oriente che diventa sempre più autonomo rispetto alle difese missilistiche e ai conflitti ancora in corso. Anche perché il piano del conflitto si è ormai chiaramente spostato nel dominio cibernetico o attraverso operazioni molto rapide e chirurgiche, rendendo di fatto molto più semplice colpire il nemico senza dover per forza essere presenti fisicamente nell’area.

Il ritiro delle batterie antimissile sottintende anche un’altra direttrice della Casa Bianca, ovvero spostare il focus della propria politica estera in direzione della Cina. Una volta costruita una piattaforma di dialogo con la Russia che eviti lo scontro – il vertice con Vladimir Putin pare abbia dato a Biden delle garanzie sufficienti almeno sul piano missilistico e del canale diretto con Mosca – l’obiettivo militare di Washington si sposta direttamente su Pechino e su quell’Indo-Pacifico che oggi è il vero fulcro della strategia americana. Gli Stati Uniti non possono permettersi di essere presenti boots on the ground su tutti i fronti di guerra, ma cercano di gestire le crisi con forze di pronto intervento mentre spostano il grosso delle attenzioni proprio sul Pacifico.

La conferma in questo senso è arrivata con il ritiro dall’Afghanistan: tolte dal territorio migliaia di truppe, gli Stati Uniti lasceranno gli alleati turchi e di altri Paesi a controllare i centri chiave di Kabul e dintorni, mentre, in attesa di capire quale base in Asia centrale utilizzare, colpiranno i gruppi nemici partendo dalla portaerei schierate nel Golfo Persico. Una strategia meno invasiva che però coincide con l’idea di non rimanere intrappolati in aree che Washington ritiene ormai solo foriere di “guerre infinite”.

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