Dal Pentagono si preferisce parlare di “riorganizzazione” delle truppe e non di primo parziale ritiro, tuttavia quello americano dall’Iraq ha tutto l’aspetto di un ridimensionamento della presenza dei propri soldati dal Paese mediorientale. Prova ne è che lo scorso 18 marzo la bandiera a stelle e strisce è stata ammainata da una delle basi più irachene più importanti, quella cioè di Al Qaim. Posta a pochi chilometri dal confine con la Siria, negli anni della lotta all’Isis la base ha rappresentato una postazione fondamentale per condurre gli assalti contro le bandiere nere. Con una solenne cerimonia, gli americani hanno lasciato Al Qaim e consegnato la struttura all’ottava brigata dell’esercito iracheno: Washington adesso potrebbe far diminuire i propri effettivi nel Paese.

La mossa dell’esercito Usa

Come detto in precedenza, Al Qaim non è un luogo qualsiasi: da qui passa la frontiera con la Siria, molto calda durante l’era di Saddam ed ancor più incandescente negli anni successivi. Ma soprattutto, dal 2014 in poi sia la cittadina posta nel profondo deserto mesopotamico che la vicina grande base militare, sono cadute in mano all’Isis. Qui le bandiere nere hanno di fatto tranciato anche fisicamente i confini, con Al Qaim considerata parte integrante di quel califfato che ad un certo punto era arrivato ad estendersi dalla periferia di Damasco fino a quella di Baghdad. Poi, sul finire del 2017, l’esercito iracheno supportato dalle milizie sciite e dall’aviazione della coalizione internazionale ha riconquistato questa porzione di deserto e soprattutto la strategica base militare. Da allora, Al Qaim ha rappresentato il perno delle ultime battaglie che hanno poi portato alla definitiva fine dello Stato Islamico sia in Iraq che in Siria.

Per questo la base è stata da sempre importante, non è un caso che qui la coalizione a guida Usa ha mantenuto negli ultimi tre anni sempre molti uomini. L’esercito americano da Al Qaim ha potuto supportare le forze Sdf che in Siria lottavano contro l’Isis, così come ha potuto sorvegliare il delicato confine siro – iracheno. La mossa di abbandonare questa base è apparsa quasi inaspettata, anche perché non è chiara la strategia dell’amministrazione Usa in Iraq: difficile dire se dalla Casa Bianca e dal Pentagono abbiano realmente intenzione di ridimensionare la presenza americana nel Paese oppure, al contrario, se semplicemente dislocare in modo diverso i soldati attualmente presenti. Si sa comunque che, come si legge su AnalisiDifesa, la presenza degli effettivi Usa dovrebbe scendere sotto i 7.000, mentre ad inizio anno erano 7.500. I soldati americani in Iraq saranno adesso in gran parte dislocati nelle basi di Erbil, Camp Taji, al-Asad e Bismayah.

Esultano le milizie sciite

Il ritiro delle truppe Usa da Al Qaim è arrivato in un momento delicato in seno al contesto iracheno e regionale. Il 2020, come si ricorderà, si è aperto con il raid americano a Baghdad, in cui è stato ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani assieme ad Abu Mahdi al Muhandis, leader delle milizie Kataib Hezbollah. Quest’ultimo gruppo rappresenta una delle forze più vicine a Teheran, entrata quindi per tal motivo nel mirino della coalizione internazionale a guida Usa in Iraq. Dopo il raid di inizio gennaio, è stato un susseguirsi di episodi di tensione: dal lancio dei missili ordinato dall’Iran verso le basi irachene fino ai razzi più volte caduti nei pressi dell’ambasciata Usa di Baghdad ed all’interno di strutture militari della coalizione internazionale. L’11 marzo scorso un nuovo attacco contro una base americana, ha provocato la morte di due soldati statunitensi ed uno britannico. A questo, ha fatto seguito un’altra operazione militare Usa con l’aviazione che ha colpito soprattutto obiettivi delle milizie Kataib Hezbollah.

E sono proprio queste ultime ad esultare maggiormente dopo la notizia dell’addio americano dato alla base di Al Qaim: “Questa è un’umiliante fuga dell’occupazione criminale degli Stati Uniti ed è l’inizio della sconfitta – ha dichiarato nelle scorse ore Abu Ali al Askari, leader di Kataib Hezbollah – chiedo a tutti di preparare e completare le operazioni strategiche se il nemico prosegue con la sua occupazione e violazione della sovranità”. Secondo Al Askari dunque, la scelta Usa non è strategica ma sarebbe il riconoscimento della sconfitta della strategia degli ultimi anni. Per tal motivo, lo stesso leader della milizia sciita ha chiesto di continuare a lottare per allontanare le forze straniere dall’Iraq.