Microscopico stato insulare del Pacifico, Palau ha un legame di vecchia data con gli Stati Uniti. Questo piccolo angolo di mondo, tuttavia, potrebbe diventare un punto nevralgico della strategia indo-pacifica degli Stati Uniti nel prossimo futuro.

Perché Palau è strategicamente importante

Se si osserva una qualsiasi mappa geografica è facile capire perché questo territorio di circa 200 isole, dalla natura lussureggiante e con nemmeno 20mila abitanti, possa essere fondamentale per il controllo del Pacifico. Il Giappone occupò queste isole, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, le stesse che finirono invece nel Trust Territory of the Pacific Islands (sotto controllo USA) per poi diventare indipendenti nel 1994. Era ben chiaro che avere un avamposto in quel di Palau equivaleva a porsi dentro un ombelico del Mondo che guarda verso l’Asia e che troneggia in mezzo al Pacifico. Qui i marines lasciarono un tributo di sangue non indifferente, subendo pesanti perdite nell’attaccare le posizioni giapponesi sull’isola di Peleliu nel settembre 1944.

Palau è legata agli Stati Uniti da un Trattato di libera associazione (Compact of Free Association, COFA) che disciplina l’assistenza finanziaria e militare nei confronti di questi territori (e di territori simili). Nonostante su questo trattato piovano ripetute accuse di neocolonialismo, è l’aspetto militare quello che oggi conta di più, nella cornice delle tensioni indo-pacifiche. Gli Stati Uniti, in base al trattato, si assumono la difesa di questi territori (tuttavia, non possono dichiarare guerra in loro nome) e possono chiedere al governo locale l’autorizzazione alla costruzione di basi operative a stelle e strisce: questo, ovviamente, esclude la presenza di forze militari di altri Stati se non previa autorizzazione di Washington. A causa di gravi precedenti storici, il Cofa esclude l’utilizzo di Palau come palestra per esperimenti di alcun tipo legati ad armi nucleari, batteriologiche o chimiche. Il legame militare tra le due Nazioni è testimoniato, inoltre, dalla possibilità per gli abitanti palauani di arruolarsi nell’US Army: un loro forte coinvolgimento è stato registrato sia in Iraq che in Afghanistan.

La proposta di Tommy Remengesau Jr

In occasione del tour Pacifico del segretario alla Difesa Usa Mike Esper, iniziato a fine agosto, il presidente di Palau Tommy Remengesau Jr aveva esortato gli Stati Uniti a costruire infrastrutture e basi militari sul suo territorio, con l’obiettivo di ridurre l’influenza cinese nell’area. Nella richiesta, consegnata ad Esper con una lettera privata (il cui contenuto era stato diffuso parzialmente dal Guardian), Remengesau lamentava l’impossibilità per il piccolo stato di pattugliare una porzione di oceano gigante per le proprie ridotte capacità militari. Nella sua visione, le basi a Palau allargherebbero il raggio d’azione americano e potrebbero costituire, allo stesso tempo, una spinta per l’economia locale, fortemente colpita dalla pandemia da Covid-19. È da questo groviglio di isolette che Washington, infatti, potrebbe tenere contrastare la crescente influenza cinese nell’Indo-Pacifico.

Palau è, inoltre, uno dei quattro Paesi della regione che riconoscono Taiwan (ed uno dei soli 15 al mondo), dopo che le Isole Salomone e Kiribati lo scorso anno avevano avviato relazioni diplomatiche ufficiali con Pechino. Ma qui l’annosa questione delle “due Cine” sembra davvero non essere più la discriminante: gli Stati Uniti hanno riconosciuto Pechino come l’unico governo legale della Cina nel 1979, sebbene Washington mantenga relazioni non ufficiali con Taiwan e venda armi ai sensi del Taiwan Relations Act. Corteggiare (ammesso che ce ne sia bisogno) Palau per provocare Pechino sulla questione Taiwan sembra, al momento, secondario rispetto al mero uso geografico delle isole in questione: Palau si trova su un percorso del Nord Pacifico che collega le forze statunitensi con sede alle Hawaii e Guam a potenziali punti caldi del continente asiatico. È questo ciò che conta.

Palau, tuttavia, non è nuova a vendette trasversali. Nel 2009, un gruppo di uiguri era stato catturato in Afghanistan perché sospettato di atti di terrorismo ed, infine, detenuto nella base di Guantanamo. Una volta rilasciati, i detenuti vennero inviati a Palau. Pechino protestò con veemenza, improvvisamente dimentica del trattamento riservato agli uiguri in patria, chiedendone immediatamente il rientro a casa. Qualche anno dopo, nel 2018, il governo cinese vietò ai propri turisti di recarsi in viaggio in quel di Palau, che negli anni è riuscita a risollevarsi economicamente anche grazie a tour operator cinesi. Mentre Palau ha cercato di accogliere i turisti e gli investimenti cinesi – particolarmente evidenti negli hotel della capitale Koror – la nazione del Pacifico ha costantemente resistito all’influenza politica del Dragone. L’arcipelago-Stato scontava, ovviamente, non solo la sua vicinanza a Washington ma anche quella con Taiwan. Una testimonianza, ancora una volta, di come il governo di Xi Jinping stia esercitando pressioni finanziarie e politiche, pubblicamente e privatamente, su molte nazioni indo-pacifiche, ridefinendo le sue relazioni internazionali.

Che ne sarà della proposta?

La richiesta proveniente da Palau prevede un accordo davvero semplice: costruire basi ad uso comune per poi farle divenire infrastrutture permanenti, con un controllo definitivo Usa sulle coste palauanesi. Il progetto non prevede, ovviamente, solo basi terrestri, ma anche strutture portuali e aeroporti sotto controllo dei marines. Un’opzione che sarebbe di supporto anche per i sistemi di controllo isolani: Remengesau, nella sua missiva, avrebbe anche suggerito la presenza della Guardia Costiera statunitense, che aiuterebbe Palau a pattugliare la sua vasta riserva marina.

Se gli Stati Uniti, al momento, hanno un disperato bisogno di controllo nel Pacifico, anche la piccola nazione di Palau si trova alle strette. Dopo il dramma della pandemia e la rottura con Pechino, può contare economicamente quasi solo su Washington. Il patto di libera associazione di Palau con gli Stati Uniti è stato rinegoziato quest’anno e scadrà nel 2024. Il destino di questo rapporto, nonché delle basi, dipende tutto dal prossimo 3 novembre. Palau, esattamente come gli Usa, andrà al voto per eleggere un nuovo presidente: Remengesau, già al suo secondo mandato, certamente non avrà più il timone delle relazioni con Washington, alle prese con la consueta faida tra falchi e colombe.

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