Quella scritta da David Petraeus e Michael O’Hanlon e pubblicata sul Washington Post è un’analisi pesante.
Pesantissima se si pensa che è stata scritta dal direttore della Cia (Petraeus) e dal direttore della ricerca presso il programma di politica estera della Brookings Institution (O’Hanlon).
I due si schierano con forza contro la politica militare del presidente Usa Barack Obama in Afghanistan e sottolineano come le forze della Nato schierate nel Paese (ormai ridotte all’osso) non possono impedire ai talebani di proseguire la loro offensiva. In questo scenario – sottolineano Petraeus e O’Hanlon – emerge in tutta la sua drammaticità la crisi dell’Esercito nazionale afghano, che non si è dimostrato all’altezza dei propri doveri.
La soluzione per Petraeus e O’Hanlon? Il pieno ricorso degli Usa al potenziale della loro Aviazione militare. In sostanza bombardamenti a tappeto su tutto l’Afghanistan.
Attualmente, gli aerei Nato possono colpire solamente bersagli legati ad Al Qaeda, o militanti che abbiano attaccato per primi le forze della coalizione. Anche in questo caso, si tratta di limiti giustificati dalle circostanze e dalle considerazioni che hanno portato alla loro adozione, ma che a detta dei due autori dell’editoriale necessitano di essere superati.
Scrivono infatti i due autori che gli Stati Uniti “dispongono degli strumenti necessari” a cambiare gli equilibri sul campo: in Siria e in Iraq, l’aviazione è stata impiegata contro lo Stato islamico in maniera sempre più massiccia (seppur inefficace), effettuando 2 mila sortite nel 2014 e oltre 9 mila lo scorso anno. In Afghanistan, proseguono Petraeus e O’Hanlon, è invece successo il contrario: lo scorso anno sono state sganciate bombe e missili contro obiettivi terroristici afghani in 400 missioni di volo, contro le 1.100 del 2014 e le 2.500 del 2010. Sebbene i talebani siano ancora lontani da una vittoria schiacciante nel Paese, scrivono i due autori, sconfiggerli “richiede di rimuovere i legacci che ostacolano il lavoro delle forze Usa già sul campo”.
Se da un lato è vero che i talebani avanzano in Afghanistan, dall’altro è necessario cominciare a ripensare il nostro modo di vedere il popolo afghano, come scriveva il caporalmaggiore Matteo Miotto, che in quella terra ha trovato la morte: “Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano. L’essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi”.
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