Le tensioni tra Stati Uniti e Venezuela stanno raggiungendo un punto di non ritorno. L’amministrazione Trump ha accusato il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, di essere a capo di un cartello della droga e ha recentemente raddoppiato la ricompensa per la cattura del presidente venezuelano, portandola a 50 milioni di dollari (42,7 milioni di euro). Un funzionario statunitense, citato da Axios, ha paragonato l’attuale operazione a un possibile “Noriega parte 2”, evocando l’invasione di Panama del 1989 che portò alla rimozione di Manuel Noriega.
Dispiegate nove navi da guerra
Secondo Newsweek, gli Stati Uniti hanno dispiegato nove navi da guerra, tra cui tre cacciatorpediniere missilistici, tre navi d’assalto anfibio e un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare, verso il Venezuela. Lo scopo dichiarato del dispiegamento è “combattere i cartelli della droga” ma il dubbio è che l’obiettivo di Washington sia promuovere un regime change.
Dal canto suo, Caracas ha accusato gli Stati Uniti di minacciare sovranità del Paese, puntando “1.200 missili” da navi statunitensi nel Mar dei Caraibi, come dichiarato dal presidente Maduro. Il leader venezuelano ha definito la situazione “la più grande minaccia vista nel nostro continente negli ultimi 100 anni” e ha promesso di dichiarare “una repubblica in armi” in caso di attacco, sottolineando “la massima preparazione per la difesa del Venezuela”. Ha descritto il dispiegamento statunitense come una “minaccia stravagante, ingiustificabile, immorale e assolutamente criminale e sanguinaria”, accusando gli USA di cercare un cambio di regime attraverso la minaccia militare.
Le tensioni tra Stati Uniti e Venezuela
La tensione tra i due Paesi è alle stelle. Nelle scorse ore, Trump ha annunciato su Truth Social un’azione militare contro una barca al largo delle coste venezuelane, sostenendo che fosse gestita dal Tren de Aragua (TDA), una gang recentemente bollata come organizzazione terroristica dalla sua amministrazione. “Stamattina, su mio ordine, le forze militari USA hanno condotto un attacco cinetico contro narcoterroristi del Tren de Aragua”, ha dichiarato Trump, aggiungendo che l’operazione ha eliminato 11 “terroristi” e mirava a fermare un traffico di droga diretto verso gli Stati Uniti.
Tuttavia, nessuna prova concreta è stata presentata a supporto di tali affermazioni. Il segretario di Stato Marco Rubio, figura di spicco nella politica aggressiva verso Caracas, ha però contraddetto Trump, suggerendo che la presunta droga sulla barca fosse diretta a Trinidad e Tobago o ad altre nazioni caraibiche, non agli USA. A complicare il quadro, un memo declassificato dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale, datato 7 aprile 2025, smentisce le accuse di Trump secondo cui il TDA opererebbe sotto il controllo del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il documento sottolinea che, al contrario, sebbene alcuni funzionari venezuelani possano tollerare il TDA, Maduro considera il gruppo una minaccia e non ne dirige le operazioni.
Il ruolo della Guyana
La Guyana, Paese situato sulla costa Nordorientale del Sud America, che confina con il Venezuela a Ovest, ha accolto con favore il dispiegamento militare statunitense nel Mar dei Caraibi vicino alla costa venezuelana. Il Paese, infatti, ha una disputa con Caracas per via della regione di Essequibo, ricca di petrolio, che costituisce due terzi del territorio guyanese ma è rivendicata da Caracas.
Le tensioni sono aumentate dopo la scoperta di vasti giacimenti petroliferi da parte di ExxonMobil circa dieci anni fa. Exxon, che dal 2015 esplora 11 miliardi di barili di petrolio in Guyana, gode di una garanzia di sicurezza statunitense, come confermato da Rubio, mentre Chevron, operante in Venezuela da decenni, mantiene un approccio più collaborativo con Caracas, estraendo 200.000 barili al giorno sotto condizioni poco chiare.
Come sottolinea Responsible Statecraft, nel 2007, il governo venezuelano ha nazionalizzato gli ultimi giacimenti petroliferi privati del paese. Mentre la maggior parte delle compagnie petrolifere multinazionali ha accettato le nuove normative, ExxonMobil e ConocoPhillips si sono opposte. L’allora CEO di Exxon, Rex Tillerson, ha valutato gli asset confiscati a circa 10 miliardi di dollari, ma un tribunale arbitrale della Banca Mondiale ha ordinato al Venezuela di pagare solo 1,6 miliardi. La vendetta di Exxon è arrivata attraverso il vicino Guyana: nel 2015, Tillerson ha iniziato a collaborare con la Guyana per esplorare 11 miliardi di barili di petrolio in acque rivendicate dal Venezuela, nella regione contesa dell’Essequibo. Ecco uno dei motivi – ma non l’unico – per il quale gli Stati Uniti hanno mantenuto un atteggiamento aggressivo nei confronti di Caracas, non riconoscendo le elezioni di Maduro e sostenendo l’opposizione interna. Questo approccio si è intensificato con l’amministrazione Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe, mai del tutto abbandonata.
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