Nelle stesse ore in cui gli Stati Uniti lasciavano l’Afghanistan, dalla Repubblica Democratica del Congo arrivava la notizia di una nuova missione di Washington all’estero contro il terrorismo. Felix Tshisekedi, presidente del più grande Paese centroafricano, ha infatti annunciato il 16 agosto il via libera al posizionamento di truppe Usa nella regione orientale. Si tratta del territorio segnato da anni di guerre e conflitti compreso tra le province del North Kivu e dell’Ituri. Qui il governo centrale non è mai riuscito a mettere ordine. E più di recente l’emersione del terrorismo di matrice islamista ha acuito ulteriormente le tensioni.

Forze Usa pronte a volare nel Congo

Da Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, è stato lo stesso Tshisekedi a togliere ogni dubbio: “Le forze anti terrorismo statunitensi – si legge in una dichiarazione ufficiale – daranno supporto alle nostre forze locali tra i parchi del Virunga e del Garamba, diventati santuari del terrorismo”. Il suo governo, nonostante una forte opposizione interna, ha dato il benestare definitivo per l’arrivo delle squadre Usa. I primi reparti sono atterrati a Kinshasa già prima di ferragosto, ma soltanto nei prossimi giorni potranno materialmente prendere possesso delle basi da cui opereranno nella regione orientale. Il loro compito sarà quello di fornire supporto alle forze locali. Tra queste figurano i soldati dell’esercito congolese, così come i rangers dei parchi della regione. Qui, tra alcune delle più grandi foreste d’Africa, i terroristi hanno trovato terreno fertile per ramificarsi.

Il supporto delle squadre antiterrorismo americane dovrebbe riguardare soprattutto l’addestramento. La missione non dovrebbe durare a lungo: “Serviranno alcune settimane”, ha specificato Mike Hammer, ambasciatore Usa a Kinshasa. Quest’ultimo ha tenuto un incontro nella capitale congolese con il presidente Tshisekedi. Sono stati illustrati gli ultimi dettagli prima di rendere operativa la missione. L’arrivo delle forze Usa nel Congo è frutto di un accordo stipulato tra Kinshasa e Washington nel 2019. Un partenariato che prevedeva, tra le altre cose, la possibilità di schierare forze speciali contro il dilagare del terrorismo nell’est del Paese. Possibilità adesso diventata concreta.

L’allarme per l’attivismo dell’Adf

Il pericolo jihadista nella Repubblica Democratica del Congo corrisponde a una sigla ben precisa. È quella di Adf, acronimo di Allied Democratic Force. Si tratta di un gruppo nato nel confinante Uganda in contrapposizione al presidente Museweni. Espulso dal Paese di origine, il movimento si è radicato nel North Kivu e in altre province delle regioni orientali congolesi. Nel corso degli anni ha più volte cambiato pelle, avvicinandosi alla causa islamista. A partire dal 2019 il governo degli Stati Uniti ha riconosciuto l’Adf come gruppo organico all’Isis. Dunque le azioni compiute dai suoi miliziani sono considerate a tutti gli effetti come attacchi terroristici dello Stato Islamico. Si calcola che dal 2013 ad oggi i membri dell’Adf hanno ucciso qualcosa come seimila civili. L’intelligence Usa parla di fazioni ben organizzate, guidate dal leader Jamil Mukulu e strutturate in modo molto articolato sul territorio.

La pericolosità del gruppo terroristico è possibile valutarla non solo in relazione all’elevato numero di vittime civili, ma anche dalle difficoltà incontrate dalle forze locali nelle azioni di contrasto. L’esercito congolese raramente ha conseguito successi nella repressione dell’Adf. I terroristi hanno dimostrato di saper sfruttare molto bene l’instabilità dell’Ituri e del North Kivu, territori dove storicamente il governo di Kinshasa riesce ad avere poco controllo. In queste zone da anni sono in corso conflitti tra più fazioni, scontri che hanno base nelle divisioni etniche della regione e nella volontà di possedere i numerosi giacimenti di materie prime. La presenza dei caschi Blu dell’Onu, inquadrati nella missione Monusco, non ha mai apportato significativi miglioramenti della situazione.

Reparti Usa nella zona dove è morto l’ambasciatore Attanasio

I reparti antiterrorismo inviati da Washington dovrebbero attestarsi soprattutto tra i parchi del Virunga e del Garamba. Per ammissione del presidente Tshisekedi, queste zone si sono trasformate in un crocevia del terrorismo. Un’affermazione che potrebbe incidere anche sulle indagini per la morte dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo. I tre sono stati uccisi in un’imboscata la mattina del 22 febbraio scorso proprio in una strada che costeggiava il parco del Virunga. Tanto che i primi a intervenire dopo l’agguato sono stati i rangers operanti nella foresta. Le inchieste, aperte al Palazzo di Vetro, a Kinshasa e a Roma, hanno sempre puntato sull’azione di comuni malviventi e su un tentativo di rapimento finito nel sangue. Ma se il Virunga è oramai un conclamato covo dei terroristi dell’Adf, perché non pensare all’opera di miliziani jihadisti? Una domanda che probabilmente gli inquirenti, nel tentativo di dare nomi e volti agli assassini, si porranno nei prossimi giorni.