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Nella notte tra il 4 e il 5 marzo, le forze ucraine hanno affondato un pattugliatore della flotta russa del Mar Nero classe project 22160, il “Sergey Kotov”.

L’azione, ancora una volta, è stata condotta utilizzando un gruppo di droni navali di superficie suicidi (USV – Unmanned Surface Vehicle) per oltrepassare le difese di bordo e colpire il bersaglio. L’azione è stata rivendicata dal “Gruppo 13”, un reparto speciale del Gur (la direzione di intelligence ucraina), che ha affermato di aver utilizzato USV tipo “Magura V5” in collaborazione con la marina ucraina e il Ministero della Trasformazione Digitale nazionale.

Il pattugliatore russo si trovava nel porto di Feodosia, non lontano dallo Stretto di Kerch, ed è stato colpito più volte lungo lo scafo (sul lato di dritta, di sinistra e a poppa), confermando quindi l’uso di più droni suicidi.

A quanto risulta il “Sergey Kotov” è affondato, dimostrando una volta di più la validità di questa tipologia di attacco che utilizza gruppi di USV in un’unica azione coordinata, in grado così di mettere in crisi le difese di bordo già di per sé non pensate per affrontare questo tipo di minaccia, soprattutto durante la notte.

Quanto visto stanotte è solo l’ultimo episodio di una lunga catena di azioni simili che hanno portato alla perdita di unità navali della Flotta del Mar Nero di Mosca: pochi giorni fa, il 14 febbraio, una nave da sbarco anfibio classe Ropucha, il “Caesar Kunikov”, ha subito la medesima tipologia di attacco venendo affondata.

La Flotta russa del Mar Nero è stata menomata in modo significativo durante questi due anni di guerra da una nazione, l’Ucraina, che non possiede una marina militare d’altura: prima dello scoppio del conflitto Kiev non schierava molte unità navali da guerra di grosso tonnellaggio, avendo scelto (o essendosi trovata costretta) ad affidarsi a pattugliatori di piccole dimensioni e a una serie di altre unità sottili come motomissilistiche e motocannoniere. L’invasione russa ha poi quasi da subito eliminato l’unica fregata di cui poteva disporre: la “Hetman Sahaydachniy” della classe Krivak III (di fabbricazione sovietica), che sembrerebbe essere stata affondata nel porto di Mykolaiv dal suo stesso equipaggio il 28 febbraio per evitarne la cattura. Durante la guerra l’Ucraina ha perso altre 24 unità sottili, tra pattugliatori costieri e motocannoniere di varie classi e pertanto attualmente può disporre solo di unità navali più piccole, le quali sono state consegnate anche dagli alleati occidentali.

Alle forze ucraine, quindi, non restava che affidarsi ai droni e ai missili da crociera antinave per affrontare la potenza navale russa nel Mar Nero, conducendo a tutti gli effetti una guerra asimmetrica sul mare.

Questa tattica si è vista quasi da subito nel conflitto scoppiato il 24 febbraio 2022: l’incrociatore russo “Moskva”, della classe Slava (Atlant per i russi), è andato a picco grazie all’uso concertato di droni che hanno “aperto” le difese di bordo (i Bayraktar TB2) e missili antinave, che chi scrive ritiene essere gli Harpoon forniti dagli inglesi piuttosto che i Neptun di fabbricazione locale.

L’effetto saturazione con sistemi di piccole dimensioni è stato efficace e lo stesso modus operandi, sebbene con altri strumenti bellici, ha avuto successo nell’eliminare unità navali della flotta russa e nel colpire obiettivi terrestri nella penisola di Crimea: in questo secondo caso i droni venivano usati per attivare le difese aree russe per poi colpirle con missili antiradiazioni (gli AGM-88 Harm) e/o loitering munitions in modo tale da aprire la strada ad assetti “più pregiati” come i missili da crociera “Storm Shadow” usati per colpire obiettivi di alto valore.

Anche qui rivediamo sostanzialmente, come accennato, lo stesso principio di azione: a fronte della superiorità avversaria, il maggior carico di lavoro per saturare le difese nemiche è stato svolto da sistemi a basso costo utilizzati in numero significativo.

Quanto mostrato dall’Ucraina risponde alla necessità di sopperire alla disparità numerica e qualitativa delle forze in campo, che per quanto riguarda quelle navali (ma anche per quelle aeree) è massima, ma rappresenta un interessante laboratorio per analizzare a livello generale la possibilità di ottenere risultati bellici con un basso rapporto costo/efficacia.

Il pattugliatore andato a fondo la scorsa notte, ad esempio, ha un costo stimato di circa 65 milioni di dollari a fronte delle poche decine di migliaia (tra i 10 e i 20mila dollari) dell’USV tipo “Magura 5V” ucraino. Anche in un attacco in gruppo, come quasi sempre effettuato usando questi droni suicidi navali, la differenza tra il costo dell’azione e quello dell’obiettivo è di due ordini di grandezza.

Le forze ucraine, utilizzando mezzi sottili per condurre una guerra navale di superficie asimmetrica insieme a missili da crociera e loitering munitions, sono riuscite non solo a menomare la flotta russa, ma a farle abbandonare – per la maggior parte – il fondamentale porto di Sebastopoli, in Crimea (qui infatti ci sono gli unici bacini di carenaggio disponibili nel Mar Nero per i necessari lavori di manutenzione delle navi da guerra).

Sappiamo infatti, dalla ricognizione satellitare, che la maggior parte delle unità navali più importanti rimaste, compresi 3 sottomarini della classe Kilo, sono ancorate nel porto di Novorossiyk per tenerle il più possibile lontane dal raggio d’azione dei sistemi d’attacco ucraini, confidando nella maggiore possibilità di scoperta/intercettazione data dalla maggiore distanza.

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