Il Dipartimento di Stato statunitense voleva creare un’alleanza tra i loro alleati curdi e le milizie islamiste filo turche per contrastare l’influenza dell’Iran in Siria. È quanto rivela il National Interest in un esclusivo dietro le quinte che è destinato a far discutere.

Secondo quanto scrive il think tank Usa, i rapporti tra Washington e i rappresentanti del Consiglio Democratico Siriano, l’ala politica delle Sdf, si sarebbero rotte ben prima del 7 ottobre, data in cui Trump ha ordinato il ritiro dalla Siria nord orientale delle truppe a stelle e strisce. Già a settembre, gli incontri tra gli alti funzionari del Dipartimento di Stato e i curdi si svolgevano in un clima tesissimo, tanto che un rappresentante dell’amministrazione Trump avrebbe spezzato una matita in faccia ad un traduttore e urlato contro i rappresentanti dei curdi in una riunione che avrebbe decretato un’incrinatura irreparabile nelle relazioni.

Il punto di rottura

La crisi diplomatica sarebbe arrivata dopo che l’amministrazione statunitense avrebbe insistito in particolar modo per una collaborazione tra i curdi e le milizie islamiste supportate dalla Turchia in chiave anti-Iran. Una fonte citata dal National Interest che ha assistito alla riunione rivela che fu il vicesegretario di Stato Joel Rayburn ad essere il più accanito sostenitore della necessità di questa alleanza. “Rayburn è un sostenitore dei gruppi islamisti siriani, pensa che possano contrastare l’Iran. Per questo ha cercato di spingere le Sdf ad incontrare gli islamisti”, racconta una seconda fonte.

Il rifiuto dei curdi di collaborare con gruppi jihadisti ha fatto infuriare il Dipartimento di Stato che non nega quanto avvenuto. “Abbiamo sempre incoraggiato i curdi ad instaurare un dialogo con diversi attori dell’opposizione siriana e dei Caschi bianchi”, ha dichiarato in una nota il portavoce del Dipartimento di Stato. Il 22 ottobre, l’amministrazione Trump ha stanziato 4,5 milioni di dollari proprio ai Caschi bianchi, la controversa associazione fondata da James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito britannico, consulente del ministero degli Esteri e del Commonwealth. I Caschi bianchi hanno sempre operato in zone controllate da ribelli radicali o da gruppi jihadisti nella campagna di Aleppo e a Idlib, dove ora è presente Hayat Tahrir al-Sham (Hts), una delle formazioni islamiste più estreme nata dalle ceneri di al-Nusra (la costola siriana di al-Qaeda).

La mancata condanna dell’uccisione di Hevrin Kahlaf

I rapporti tra curdi e Washington si sarebbero incrinati talmente tanto che le fonti del National Interest parlano di una forte opposizione dell’inviato speciale americano per la Siria, James Jeffrey, nel condannare il brutale assassinio dell’attivista per i diritti delle donne curde Hevrin Kahalaf, barbaramente rapita, uccisa e mutilata proprio dalle milizie jihadiste filo turche del Free Syrian Army. Le stesse con le quali il Dipartimento di Stato voleva che i curdi stringessero un accordo.

I nuovi interlocutori dei curdi

I curdi, sentendosi traditi, non hanno lesinato critiche agli Stati Uniti. Il portavoce delle Sdf Kino Gabriel ha definito la mossa di Trump “una pugnalata alle spalle” e i cittadini curdi nel nord est siriano hanno preso a sassate le autoblindo degli USA che li stavano lasciando soli a combattere contro l’offensiva turca. Ma più che le pietre, a Washington ha fatto male vedere i nuovi interlocutori dei loro ex alleati: il nemico di sempre Bashar al Assad e la Russia, ormai sempre più regina del Medio oriente. Entrambi alleati di quell’Iran che gli USA volevano contrastare perfino usando le milizie jihadiste.